In memoria di Rocco Chinnici

A Palermo, in via Giuseppe Pipitone Federico, sono le ore 8:05 di venerdì 29 luglio 1983. Chi era fisicamente presente, racconta come dopo una luce, immediatamente amplificata ed enfatizzata da un forte boato, l’aria si sia fatta calda e irrespirabile: una densa nuvola di polvere, fumo e gas avvolse quanto rimaneva dell’asfalto, dei marciapiedi, delle automobili parcheggiate nei pressi del civico 59. Tra lamiere, macerie e vetri rotti, i corpi esanimi di quattro persone: così fu perpetrato l’omicidio del giudice Rocco Chinnici, atto criminale che indubbiamente coinvolse la scorta precedentemente assegnata a quest’ultimo. Nella mente del magistrato italiano, forse, un ultimo pensiero irruppe prima dell’attentato dinamitardo: la mafia non si potrà ritenere sconfitta fino a quando sopravvivrà la «cultura mafiosa». Oggi vorremmo parlare di antimafia. E, a tal proposito, porteremo all’attenzione del lettore l’impeccabile e straordinario operato inappuntabilmente svolto nel corso dell’incedere del tempo da Rocco Chinnici, poiché egli rappresenta, a nostro avviso, un solido punto dal quale iniziare a dipanare l’area tematica annunciata e prefissata. Oggi è un giorno qualunque: nessuna data emblematica, nessuna commemorazione. Da parte nostra, nessun intento di spettacolarizzare il fenomeno criminale, né, al contrario, di alleggerirlo tramite il racconto, sebbene sia forte la tentazione, assecondando la celebre citazione di Leonardo Sciascia e cedendo alla sublime proposta lanciata dall’autore de «Il giorno della civetta», la quale suggerisce di «lasciare alla letteratura la verità, cosicché la verità sembri generata dalla letteratura». Giuseppe Pitrè, illustre studioso delle tradizioni popolari siciliane, asseriva con ferma decisione che la mafia non deve essere concettualmente minimizzata o ridicolizzata, offrendone una rappresentazione delineante una mera associazione delinquenziale qualsiasi. Il termine «mafia» significherebbe, volendo invece esser precisi, un «sentire»: «cioè una visione della vita, di una regola di comportamento, di un modo di realizzare la giustizia e di amministrarla al di fuori – o da dentro, diremmo noi prendendo in considerazione l’eterogenea casistica inveratasi, costituente intere pagine di buia storia contemporanea, inaugurando così un singolare scorcio prospettico finalizzato a sviluppare un’importante tesi sociologica – delle leggi e degli organi dello Stato». Il «risveglio delle coscienze», dunque, il contribuire a tenerle vive, attente, vigili: ecco un motivo ritenuto sufficientemente valido e utile al fine di scrivere ancora, oggi, riferendosi a chi si è opposto instancabilmente a questo «sentire». L’essenzialità della testimonianza, l’imprescindibilità del ricordo fu per molti uomini eroici una missione esistenziale: basti semplicemente pensare a Primo Levi, straordinario testimone oculare del secondo conflitto bellico e dell’agghiacciante e atroce fenomeno inumano inerente l’internamento, o a Rocco Chinnici, per l’appunto, che partecipò periodicamente a numerosi convegni, credendo fermamente che i giovani dovessero essere coinvolti in prima persona, e in prima linea, nella lotta legale, opponendosi radicalmente ai modelli violenti e barbari definenti organizzazioni criminali di stampo mafioso. Come Levi, anche Chinnici ebbe un «terzo mestiere», costui testimoniò spesso negli istituti scolastici, con l’intento di sensibilizzare le generazioni studentesche, rendendo i singoli individui scrupolosi e meticolosi osservatori dell’immenso pericolo insito nel fenomeno mafioso: in quegli anni, i primi Anni ’80, la minaccia principale proveniva dalle problematiche riguardanti le sostanze stupefacenti, le droghe, che a macchia d’olio si diffondevano, divenendo una gravissima piaga sociale. In occasione di un’intervista concessa a Pippo Fava poco tempo prima di morire, Chinnici dichiarò: «Sono i giovani che dovranno prendere, domani, in pugno le sorti della società, ed è quindi giusto che abbiano le idee chiare. Quando io parlo ai giovani della necessità di combattere la droga, indico loro uno dei mezzi più potenti per combattere la mafia […]. Siamo in presenza di un’immane ricchezza criminale che è rivolta soprattutto contro i giovani, contro la vita, le coscienze, la salute dei giovani». Rocco Chinnici fu un magistrato di rilevante importanza, un uomo che, nelle parole di Paolo Borsellino: «[…] aveva, come una volta mi disse, la religione del lavoro, e che né la generale disattenzione, né la pericolosa e diffusa tentazione alla convivenza – spesso confinante con la collusione – con il fenomeno mafioso scoraggiarono mai». Suo il progetto di costituire un «pool antimafia», composto da un organico operativo formato prettamente da magistrati accuratamente selezionati, in grado di occuparsi contemporaneamente di una stessa indagine – avviando un’ammirabile lavoro d’equipe –, così da condividerne i segretissimi esiti, i rischi e gli sguardi d’insieme; così da trovarsi a essere meno soli, meno vulnerabili di fronte al fenomeno mafioso. Anni ’80: Rocco Chinnici è a capo dell’Ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo. Lì, nel capoluogo siciliano, è in corso una guerra di mafia: la fazione guidata da Stefano Bontate e Gaetano Badalamenti si contende il territorio con l’area geografica posta sotto il diretto controllo dei Corleonesi: dal 1981 al 1983 si contano ben 600 assassinii mafiosi, trai quali spiccano numerosi Uomini delle Istituzioni, giudici, giornalisti, politici, membri appartenenti alle Forze dell’Ordine. Bersaglio di malavitosi privi di scrupoli, costoro erano accomunati dal tentativo di combattere la mafia attraverso precise indagini, puntuali interventi legislativi e capillari azioni di polizia: tra i tanti, risulta impossibile non annoverare, per l’impregno profuso, il Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, il Segretario Democristiano Michele Reina, il giornalista Mario Francese, il Presidente della Regione Sicilia Piersanti Mattarella, il Procuratore Gaetano Costa. Per cercare di fronteggiare disperatamente la difficile situazione, vi fu, dunque, chi pensò prontamente di istituire una squadra di giudici che, proprio presso l’Ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo, potessero confrontarsi agevolmente in ridotti intervalli di tempo, cooperando assiduamente e raggiungendo obiettivi comunemente condivisi: ebbe la travolgente e particolare intuizione Rocco Chinnici, che inizialmente si avvalse della collaborazione di Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e Giuseppe Di Lello. Per Chinnici, il pool fu motivo di orgoglio personale. Quando anch’egli, il 29 luglio del 1983, fu ucciso da Cosa Nostra, le redini del progetto passarono in mano ad Antonio Caponetto. I risultati del lavoro istruttorio svolto confluirono, a partire dal 10 febbraio del 1986, nel primo processo giudiziario a Cosa Nostra, il cosiddetto «Maxi Processo» svoltosi a Palermo, il quale contò 475 imputati in primo grado, 19 ergastoli e pene detentive, per un totale complessivo di 2665 anni di reclusione. Esso fu definito: «il più grande processo penale della storia». Il sacrificio di Rocco Chinnici e dei tanti che, come lui, onorarono il proprio dovere fino alla fine, seppure inderogabilmente tragico, non fu, quindi, vano. Tanto più che, in una delle ultime interviste concesse, egli sostenne coraggiosamente di non avere paura di morire, esprimendo, infatti: «Io non ho paura della morte, e anche se cammino con la scorta, so benissimo che possono colpirmi in ogni momento […]. Per un magistrato come me è normale considerarsi nel mirino delle cosche mafiose. Ma questo non impedisce né a me, né agli altri giudici di continuare a lavorare». Questo brillante e competente professionista della legalità, quest’uomo serio e coraggioso, dal profondo senso della giustizia e del dovere, un «guerriero di mafia» che alla lotta alla mafia immolò la propria vita, lo vorremmo oggi onorare, eternandone il ricordo, servendoci funzionalmente dei mezzi comunicativi online a nostra disposizione. Perché vi è ancora molto, a nostro avviso, per cui vale la pena di combattere. Insieme e per sempre, giorno dopo giorno.

Alessia Pivotto