La Val Maira ha una superficie montana di 581, 51 km². Collocandosi su un’estensione complessiva di 632,97 km², è uno degli ultimi paradisi montani quasi incontaminati, dove la storia si confonde con la leggenda. Fanno parte della Val Maira quattordici comuni compresi tra Acceglio – paese che ha dato i natali alla famiglia dello statista del primo Novecento Giovanni Giolitti – e Busca. Il totale della popolazione è di circa 1000 persone e ciò rende la valle decisamente meno antropizzata, quindi incontaminata. Sin dalla preistoria è stata luogo di incontro di popolazioni primitive, poi celtiche e poi romane, conoscendo una storia profondamente interessante a partire dal Medioevo sino ai nostri giorni. Tutto ciò si può trovare sulle pagine di una qualsiasi guida turistica, ma quello che sfugge a coloro che non conoscono questo Eden è la presenza della magia che questi picchi incantati ospitano. A partire dal fondovalle con i «ciciu», (formazioni rocciose che la leggenda indica come soldati romani del periodo dioclezianeo trasformati in massi da San Costanzo per la loro durezza di cuore), passando alle croci occitane del Medioevo, sino a sentieri devozionali che proteggono i villaggi dal demonio, che per altro una leggenda riconosce come il costruttore del ponte di Dronero, paese di inizio valle. Anche la storia ha il proprio peso con i cammini di commemorazione «Memoria delle Alpi», con i forti antifrancesi della Seconda Guerra Mondiale e il cammino dei partigiani che liberarono tali valli. Più ancora, l’elemento misterioso che connota le valli è la lingua, ossia l’occitano, un idioma quasi del tutto scomparso, a seguito della crociata contro gli Albigesi in funzione anti-catara. Si tratta della lingua d’oc che si contrapponeva a quella d’oil, cioè l’antenato del francese moderno, dove «oc» e «oil» sono due pronunce di «sì», quindi di un avverbio che implica apertura, accettazione, benevolenza. Bene, proprio la guerra e la furia irrazionale del misticismo imposero la scomparsa del suddetto idioma, che conosceva una grande tradizione scritta, tanto che Dante Alighieri volle citarne alcuni versi «in lingua» all’interno della «Divina Commedia». Per chi sente il fascino del mistero, l’occitano risuona come una lingua segreta, densa di formule magiche incomprensibili soprattutto se si preclude la conoscenza di un po’ di francese moderno e un po’ di dialetto piemontese. Il turista vive la parlata locale con una certa ritualità, una parlata che presuppone segretezza o occultamento della verità, impiegata da chi vuol nascondere, celare a chi non la debba comprendere. Limitandosi ad Acceglio, ultimo baluardo della valle, l’occitano ebbe un ruolo fondamentale e si fuse in un connubio inscindibile e molto profondo tra magia e natura. Il Monte Greguri, che svetta dopo un lungo cammino ad anello, è composto da alcune rocce su cui si pratica l’arrampicata, la più alta porta il nome di «Rocca provenzale». Guardandola, sembra veramente una rocca albigese, pronta a resistere sino allo strenuo contro un eventuale assalitore. Alta, inarrivabile, impenetrabile, sormontata da una croce – naturalmente occitana –, protegge le greggi di bovini, attraverso le cui fila si snoda l’intero cammino. Questi simpatici animali mostrano una mansuetudine rara, che rassicura il passo del camminatore, prestandosi anche a una diffusa pratica di selfie rubati agli stessi. Per questo, parlo di connubio di natura e magia: procedendo tra questi monti, si ha la sensazione di un’antica religione panteistica e naturale, che unisce all’unisono vegetazione, animali, uomini e fede. Questa profonda unione si percepisce anche sull’altro versante idrografico del fiume Maira ad Acceglio, dove i ghiacciai sono i guardiani della montagna e, solo dopo lunghi percorsi, dietro un’inaspettata conca, si incespica nella creazione naturale di un lago alpino, tra rocce aguzze, di colore del cielo, che ristora con le sue acque gelide il «promeneur solitaire», acque, immagini divine e terrene, compenetrazione tra sacro, natura e profano. Insomma tutto è racchiuso in una relazione perfetta di un quadro immaginario di montagna, non ancora distrutto, fortunatamente, e che deve essere preservato e amato.

Ven la Nùech

“Ven la nùech,
I sarvanot,
I esprit foulet a troupel,
Laissoun i bosc quiet e nevous.
S’aramboun a le caze, guerves,
Piounjoun ai vedre ed le fenestre enluminà
Per escoutar storie ed le meinà
Que’d maire contoun”

Viene la notte/ Gli dèi silvani/ gli spiriti folletti a frotte/ Lasciano i boschi taciti e nevosi. / Si accostano alle case, / Timorosi. / Premono ai vetri/ di finestre illuminate/ Per ascoltare favole dei bimbi/ che madri raccontano

Pietro Raina

Articolo a cura di Francesco Patrucco

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