Correva l’anno 1980 e il vostro blogger aveva la bellezza di 16 anni, molti sogni e una passione sola: la Musica. Il basso elettrico mi aveva scelto, in un gioco di esclusione da altri ruoli, a prima vista più accattivanti, proprio con le stesse modalità con le quali venivo messo in porta nelle interminabili partite di calcio da cortile, una strada contro l’altra. Ero mediamente negato e abbastanza alto e corpulento, per cui il commissario tecnico autonominatosi mi assegnava, automaticamente, il ruolo di portiere. Allo stesso modo, il giorno nel quale decidemmo di plasmare il nostro destino, formando una band, io che suonicchiavo senza grandi risultati la chitarra, mi trovai a dovermi occupare di quello strano strumento a quattro corde, il basso elettrico, che dovetti prontamente procurarmi, noleggiando un Hofner in plastica con l’action delle corde ad altezza gradino, in pratica assolutamente inadatto alle caratteristiche fisiche personali. L’adolescente, tuttavia, per temperamento e natura, non si arrende, infatti, dopo qualche tempo, misi le mani su un Cjmar, un’imitazione Fender Jazz Bass. Fu amore a prima vista. Il Jazz Bass è l’icona, il sogno del basso elettrico e, in quegli anni, nella pianura padana, quando finivano i Seventies e facevano partire i Roaring Eighties, plasticosi ma anche groovosi, ero solito ritagliare foto da «Ciao 2001», incollandole al «Diario Vitt», quello coi salami, con le zampe e altre amenità, per intenderci. Credo di avere ritagliato da «Ciao 2001» una foto di Jaco Pastorius, prima di sapere chi fosse. Grazie a mio fratello maggiore, Riccardo, raffinato ed ecumenico ascoltatore di musica in vinile, fui svezzato al suono inconfondibile di quel Fender Jazz Bass Fretless, che si arrampicava sul podio del direttore e faceva ammutolire tutti i presenti, isolando la propria grandezza. Jaco possedeva una “voce” unica, nessuno fu in grado, come lui, di abbattere gli steccati, ponendo la capacità tecnica in una posizione di rilevante importanza ma subalterna rispetto la comunicazione musicale, aspetto distinguibile nella creazione di riff fluidi e cantabili, basti semplicemente pensare a «Birdland», dacché vi sono, entro il brano precedentemente citato, tre o quattro riff che a un altro compositore potrebbero potenzialmente bastare per dieci canzoni. Emblematiche le sperimentazioni hendrixiane traslate sul basso elettrico. Jaco è stato un suonatore di basso elettrico con un senso del groove unico, unito in perfetto connubio con una scelta di suoni davvero incredibili. Lo ascoltai, live, il 27 ottobre, a Reggio Emilia. Se vi dicessi che non mi ricordo niente, ci credereste? D’altronde, se me lo ricordassi vorrebbe probabilmente dire che non l’avrei vissuto pienamente. E io quel concerto l’ho vissuto davvero! Jaco era in stato di grazia e Zawinul e Wayne Shorter gli concedettero ampio spazio, anche perché Jaco era americanissimo, e aveva il senso dello show. Rivedrò successivamente Jaco altre due volte, in tour da solo, ma l’ombra dei suoi problemi psicologici non diagnosticati era già arrivata a oscurarne, poco a poco, la grandezza. Dell’ultimo concerto ricordo una discoteca dell’entroterra romagnolo, con una formazione mal assortita. Vi era l’idea di fare uno show nel quale, a volte, Jaco rimaneva da solo, sembrava, a tal proposito, che stesse accordando il proprio Fender e poi partiva, come Silver Surfer, verso le galassie più remote, portando anche noi, pubblico spettatore, ammaliati. Il rapporto con la musica di Pastorius, per un bassista del mio calibro, è sempre stato di assoluto e infinito rispetto. Trovo che all’inizio fosse impossibile analizzare, a livello musicale, i suoi brani: troppe erano le implicazioni per un musicista autodidatta. Nel tempo, familiarizzando con «Continuum», mi trovai a jammare sullo standard errebì «The Chicken», successo divenuto quasi una proprietà di Jaco, soprattutto per lo splendido modo attraverso il quale lo reinterpretò. Eseguii «Teentown», evitando la velocità da ritiro della patente, elemento caratteristico di Jaco, scoprendo un capolavoro di creazione artistico-musicale. Fui trasportato in una dimensione paradisiaca quando, sempre grazie a mio fratello, sentii Jaco suonare con Ian Hunter, il leader dei «Moot And The Hoople», favoloso gruppo inglese pre-glam, omaggiato da David Bowie con un capolavoro come «All The Young Dudes». Per il secondo disco solista per la Columbia, «All American Alien Boy», Ian formò una band all’interno della quale vi fu anche Jaco e, sentire come suona il genio dentro una struttura musicale risulta essere illuminante, essendovi spazio per un solo di basso sulla title track. Sembra una danza di una étoile, dentro vi è la distillata capacità poetica e musicale di un musicista che si è spinto in territori che non sempre sono permessi agli umani, e con questo ritengo che il romanzo a tinte forti della vita di Jaco, finita in modo così crudo e sintomatico di una società malata come l’America, sia simile alla storia di Charlie Parker, di Mozart, di Jimi Hendrix. Quasi vi fosse un prezzo da pagare per poter spalancare gli occhi più a lungo degli altri esseri umani, un novello Icaro che ha sfidato il Sole ed è caduto con le ali infiammate. Il cruccio rimane pensando a quello che Jaco sarebbe potuto diventare se il suo disturbo bipolare fosse stato diagnosticato e curato. Cosa sarebbe stato, oggi, con l’esplosione della musica elettronica e le nuove tendenze del jazz?

Antonio Rigo Righetti