Forse ve lo aspettate; da qualche numero regna il femminile. Vi è gradito? Restiamoci allora. Il ventaglio di espressività di jazz al femminile che si è presentato ha messo in evidenza una caratteristica: la poliedricità delle artiste, che non ha nulla da invidiare a quella dei jazzisti uomini: anzi! Manca un tratto essenziale, fatto di dolcezza, di grinta e di carattere: la vocalità. E così si accendono i riflettori sul titolo: le Regine. Che hanno, anche qui, una caratteristica che le accomuna: una voce “nera”, profonda, sensuale, ma a tratti dolce, quasi mistica; il ritmo non manca, trattato con stupefacente personalità. L’ordine di presentazione non determinerà una classifica: i nomi, o cognomi, saranno in ordine alfabetico e basta. Ci sarà da divertirsi!

Billie Holiday, o Eleanora Fagan, vide la luce come conseguenza di una notte d’amore fra due adolescenti che, insieme, non facevano trentanni e, ovviamente, non erano sposati. La madre, Sarah Julia Fagan, era domestica di giorno e ballerina di sera; Clarence Halliday, il padre era suonatore di banjo, itinerante con provvisorie formazioni jazzistiche della prima ora. Fu riconosciuta dalla madre, divenne Fagan quindi, mentre il padre, che faceva Holiday in arte, si disinteressò sempre della figlia. Un frutto acerbo la piccola Eleanora, visse a Baltimora una dolorosa e tormentata infanzia: conobbe la violenza maschile quando aveva appena compiuto i dieci anni. Ad Harlem, dove aveva raggiunto la madre, di giorno si guadagnava quattro soldi lavando pavimenti nell’ingresso dei palazzi del quartiere e, seppure ancora bambina, di notte si prostituiva in un bordello clandestino. Guadagnava da sfamarsi, aveva un tetto per la notte e la tenutaria le lasciava ascoltare, sul giradischi del salotto, dischi di Louis Armstrong e della grande Bessie Smith. Poi la polizia scoprì casa e attività, la arrestò e fu condannata a quattro mesi di carcere, scontati i quali cercò lavoro come ballerina in un night club. Lei non sapeva ballare, ma almeno poteva evitare di prostituirsi. Provò a cantare e lo sapeva fare bene; perciò la assunsero. Iniziò così la sua carriera di cantante ad Harlem; aveva solamente quindici anni. Era diciottenne quando John Hammond l’ascoltò e convinse il cognato – Benny Goodman – ad incidere, accompagnandola con la sua orchestra, un paio di dischi, che non ebbero successo. Hammond però credeva nelle doti canore di Billie, che aveva assunto il nome d’arte del padre: Holiday, e le procurò alcune incisioni accompagnata dal pianista Teddy Wilson. La voce della diciottenne ebbe il meritato riconoscimento e il successo le arrise. Dopo Teddy Wilson arrivò la collaborazione con Count Basie e, la più intensa, con Lester Young, che da lei fu battezzato “Prez” il Presidente. Lui, in cambio, le diede il nome di “Lady Day”: il segno distintivo divenne una candida gardenia appuntata sulla liscia pettinatura nero ebano. Fu poi con Artie Shaw che potè iniziare a collaborare con jazzisti bianchi. Nel 1939, con coraggio, registrò una canzone che sfidò la discriminazione razziale: Strange Fruit in cui lei cantava: Gli alberi del sud hanno un frutto strano/ sangue sulle foglie e sulle radici/un corpo nero penzola nella brezza del sud/ un frutto strano che pende dai pioppi… Diventò in seguito un inno di protesta: che lei poteva eseguire solo se la direzione del luogo dove si esibiva le accordava il permesso. Viva la libertà! Con Norman Granz come impresario ebbe modo di cantare con Benny Carter, Buck Clayton, Coleman Hawkins, Oscar Peterson, Tony Scott, Ben Webster. Negli ultimi anni, anche quando venne in Italia nel 1958, il pianista accompagnatore fisso fu Mal Waldron. Il suo carattere forte non le consentì il sopravvento sulla sua fragilità di donna: cercava di sostenersi con l’alcool e l’uso di droghe; la sua voce stupenda che sapeva librarsi sul tempo, che suscitava atmosfere drammatiche finì per risentirne gli effetti nefasti.

Anche la sua salute si guastò: ormai minata dalla cirrosi epatica e da problemi cardiaci, Billie rifiutava ostinatamente ogni cura medica. Il 31 maggio 1959 Lady Day,fu rinvenuta esanime a terra nel suo appartamento a New York; la polizia accorsa vi trovò delle droghe, per cui venne arrestata e ricoverata al Metropolitan Center, dove fu piantonata fino al giorno della morte, avvenuta a metà luglio, a causa di edema polmonare e di insufficienza cardiaca. Aveva solamente 44 anni. 

Ella Fitzgerald era originaria della Virginia; lei sarebbe diventata Lady Ella, o Prima Signora della Canzone. La sua voce era un melodioso vortice di grazia e potenza, con una estensione di più di tre ottave. Uno “strumento vocale” che le permetteva di imitare la voce di cantanti e di strumenti musicali; esaltanti le sue imitazioni di Dinah Washington o di Louis Armstrong. Come Satchmo era una specialista del “canto scat“, che esibiva con una tenuta ritmo-melodica superlativa. Orfana del padre a quattordici anni finì in orfanotrofio, in uno squallido quarter di New York, dove trascorse infelici anni d’adolescenza. A diciassette anni, all’Apollo Theater di Harlem, vinse una selezione delle celebri Amateur Night per dilettanti e ottenne un ingaggio nell’orchestra del batterista Chick Webb che, nel 1935, divenne il suo primo marito. Quattro anni dopo Ella restò vedova e continuò l’attività artistica: l’orchestra di Chick Webb assunse il nome di Ella Fitzgerald and Her Famous Orchestra e così proseguì per un paio d’anni, prima di continuare come cantante solista. Nel 1947 sposò il contrabbassista Ray Brown, che con il suo trio ne accompagnava le esibizioni; adottarono un figlio, ma divorziarono sei anni dopo. La sua carriera di cantante fu strepitosa, anche nella durata: ben 59 anni, spaziando dal blues al gospel, dallo swing al bebop e dal samba al calypso. La sua “voce strumentale” era sempre il centro d’appoggio negli spettacoli di innumerevoli grandi artisti: da Dean Martin, Dinah Shore e da Nat king Cole a Frank Sinatra, da Louis Armstrong a Duke Ellington, con i quali realizzò memorabili registrazioni. I Premi non si contano: ben 14 Grammy Award, tra cui lo speciale –1960 Berlin Concert – in cui eseguì un funambolico Mack Te Knife di Kurt Weill; non ricordava le parole, di Berthold Brecht, così si giocò tutto fra scat, improvvisazione, ritmo e spigliatezza, nel dar vita ad una esecuzione ineguagliabile. Nel periodo a cavallo fra il ’56 e il ’64, per la Verve Records di Norman Granz, incise una lunga serie di Songs Book, che brillano fra i suoi oltre settanta album discografici, diffusi in oltre 40 milioni di copie. Soffrì molto negli ultimi anni di vita: a causa del diabete, di cui soffriva fin dalla gioventù, perse la vista e dovette subire l’amputazione delle gambe. Una tristissima fine di vita per un’artista che con la sua voce era una generosa dispensatrice di gioia; ne avrebbe meritata di più anche lei. 

Mahalia Jackson. incontrastata regina del gospel ebbe umili origini in una capanna in riva al maestoso Mississippi, a New Orleans, città culla del jazz. La sua espressione canora, suggestiva nell’ interpretare gli spirituals, la spinse a non voler essere mai coinvolta in brani commerciali poco impegnativi. A sedici anni, si trasferisce a Chicago, dove svolge umili lavori, (domestica, lavandaia, infermiera) e poi, a tempo pieno, in un salone di bellezza: fino a mettersi in proprio. Voce di contralto, conosciuta ed apprezzata in tante piccole chiese per il suo modo energico e molto personale di interpretare brani gospel – con i Gospel Johnson Singers – dopo un anno, è messa sotto contratto, per le registrazioni discografiche, dalla Decca Records. Inizia intanto i tours con l’orchestra di Tommy Dorsey e per cinque anni chiesette e teatri le danno grande popolarità; registrerà con l’Apollo fino al ’54 e poi passerà alla Columbia per una dozzina d’anni e partecipa, alla domenica, alle trasmissioni notturne della CBS.  

La sua voce, ricca di humor, calda, nera la si può ascoltare anche in radio e in televisione. La grande popolarità la induce a impegnarsi in ambito civile per combattere la discriminazione razziale. Nel ’60 canta davanti al presidente Eisenhower, alla Casa Bianca, e partecipa alla marcia a fianco di Martin Luther King, nel ’64, a Washingtin, dove intona l’inno We Shall Overcome.  Anche lei sofferente di diabete come Lady Ella, conclude l’iter per insufficienza cardiovascolare, in ospedale a Chicago. È sepolta al Memorial Park di Metairie, in Louisiana.

Sarah Vaughan, non le era possibile non chiamarsi Vaughan dal momento che sia il padre, falegname – Asbury – e la madre, lavandaia – Ada -portavano lo stesso cognome:lui chitarrista e suonatore di pianoforte e lei cantante nel coro della chiesa. Anche per Sassy la Divina natali umili quindi, che la accomunano alle altre tre Regine, ma di esse è ancora più precoce; già a tre anni viene avviata allo studio della musica. Da adolescente, grazie al suo portentoso orecchio musicale, diventa organista e solista del coro nella chiesa battista di Newark. Con Mahalia ha in comune una scura voce da contralto, mentre con Ella ha in comune l’essere stata vincitrice, nel 1942, del famoso concorso canoro Amateur Nights all’Apollo Theater di Harlem, con la canzone Body and Soul. Quella sera é presente in sala, il cantante Billy Eckstine, stella canora nella band di Earl “Fatha” Hines, che viene convinto a ingaggiarla nell’orchestra al piano e come seconda voce. Mister B. ha stretti contatti con gli emergenti boppers – Dizzy Gillespie, Charlie Parker – e l’anno successivo dà vita a una propria formazione in cui include Sassy a cantare pezzi be bop, generalmente solo suonato. La sua forte personalità mascherava, in realtà, una fragile intimità che cercava di fortificare dipendendo da sigarette e droghe e ricorreva, come ultimo appoggio, al suo mentore Billy Ecskstine; alcuni duetti che incisero sono da considerarsi semplicemente favolosi.  Nel 1985, durante un concerto all’Apollo Theater – dove aveva iniziato a cantare – lo chiamò sul palco e si rivolse al pubblico con queste parole: ” Vi presento Billy Ecskstine, mio amico, mio padre, “my blood”, (il mio sangue)”; il loro stile vocale, nell’interpretazione, era da considerarsi  speculare, tanto era stretto il rapporto. Nella sua carriera da solista Sassy ha registrato anche con Miles Davis e Jimmy Jones, negli anni ’50 e, quando la sua voce si fa più profonda e scura si cimenta a celebrare il repertorio di canzoni di George Gershwin e di Irving Berlin. Nel decennio successivo si cimenta in eccitanti interpretazioni di brani di bossanova, ben accolte a conferma un enorme successo di pubblico. La vittoria di due Grammy Awards, e nel 1981 il premio Emmy, sono seguiti – 1989 – da parte del National Endowment of Arts, dall’assegnazione del NEA Jazz Masters.  Nella vita si sposò tre volte e, non potendo avere figli, adottò una bambina, Debra Lois, più nota come attrice con il nome d’arte Paris Vaughan. A sessantasei anni la stupendavoce di Sarah si spegne per sempre; alla notizia l’amico Billy Eckstine ha un attacco di cuore. Se andrà tre anni dopo colpito da un secondo infarto. Dalle numerosissime registrazioni ci si può immergere nella costellazione canora di cui fanno parte queste quattro splendide stelle.

Billie Holiday – 07.04.1915 –Philadelphia (Pennsylvania) – 07.07.1959 – New York. (N.Y.);              
Ella Fitzgerald – 25.04.1917- Newport News (Virginia) -15.06.1996 – Beverly Hills.  (Calif.);
Mahalia Jackson -26.10.1911 – New Orleans (Louisiana) – 27.01.1972 – Chicago (Illinois);
Sarah Vaughan –  27.03.12924 – Newark (New Jersey) – 03.04.1990 – Hidden Hills (Calif.);

Gianfranco Nissola

Fonte: Wikipedia
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