e se le parole contano – riprendendo l’affermazione finale con cui ci si è lasciati –  si riparta proprio da questo punto, con due parole che si rincorrono di continuo nella vita di ciascun individuo, determinandone addirittura il corso. Sì! Perché la nostra vita – proprio di tutti – deriva dall’avvicendarsi perenne delle situazioni determinate da queste parole: riflettiamoci.

Sabato scorso, nella nostra bella città, si è verificata l’occasione di assistere, e di partecipare, a un evento culturalmente molto significativo: in cartellone, al Teatro Municipale, l’esecuzione della Nona Sinfonia di Ludwig van Beethoven, un’occasione per ascoltarla dal vivo, per la prima volta, dopo innumerevoli ascolti registrati. Ricordo quello RCA del 1954 di Arturo Toscanini, che la diresse oltre cinquanta volte; il mio primo ascolto, dal vinile, è risalente al 14 febbraio 1963.   A duecentocinquant’anni dalla nascita del genio di Bonn, la piccola Casale Monferrato ha in tal modo voluto rendere omaggio a uno dei più grandi compositori nella storia della musica. Con quest’opera, composta nel 1824 – a tre anni dalla morte – conosciuta come “Corale” per le sue note caratteristiche, l’autore ha coraggio di introdurre una clamorosa novità: la voce umana, nel quarto tempo – con quattro solisti e il coro – per un inno alla gioia su testo di Schiller, per coniugare musica e poesia, a vincere sul dolore.  Una sinfonia da considerare un monumento all’assoluto: si tenga conto della forza della mente di un individuo che dà vita a un’opera – è genialità autentica – quando ormai, a causa della completa sordità, non n si trova più in grado di dirigerne l’esecuzione, mancando del tramite naturale a percepirne l’effetto. Chi oggi era in grado di ascoltare – perché la musica necessita di attenzione e di ascolto – si è mosso in tempo per essere presente a determinare il sold out, come scritto sul cartello all’esterno al Teatro.  Lo stesso cartello che venne esposto quando – era il 18 ottobre 2008 – chi scrive, promosse un ben altro concerto dal titolo: Il Musicista il concerto e la Rat Big Band: omaggio a Glenn Miller. Anche in quel momento la risposta dell’ascoltatore casalese fu esaltante: si trattava di indurre a ricordare coloro che vivevano a Casale ben oltre mezzo secolo indietro, quando la città era sotto l’incubo delle bombe, della guerra, che privarono della vita il musicista americano. Ma chi era Glenn Miller? Perché dedicare a lui alcuni minuti del nostro tempo. Lo scopo lo si trova nel riflettere, singolarmente, sul valore delle parole che costituiscono il tema di oggi: un valore durevole, costante, determinante nelle nostre azioni quotidiane.

Era il ventesimo secolo, denso di avvenimenti straordinari, grandi scoperte; era però anche un periodo inquieto, drammatico, percosso da tragedie immani, al limite del disumano, come le deportazioni e la riduzione in schiavitù, le colonizzazioni, due guerre mondiali, in completo disprezzo del valore della vita umana, dell’individuo.  Purtroppo situazioni ancora attuali.   Si sa benissimo che la musica, fino dai primordi dell’umanità, ha sempre avuto la più grande importanza nella comunicazione fra le genti. Per mezzo di essa ci si unisce ed affratella: la musica suscita emozioni profonde che trascendono l’avvenimento cui può ispirarsi o dal quale può trarre origine. Questo particolare linguaggio, nella sua universalità, e al di là degli stili in cui si può manifestare, è veramente la più armonica espressione, intellegibile per l’intero genere umano, dal momento che va ben oltre le lingue parlate, il cinema, le arti figurative, gli usi e costumi, e ogni altra espressione di appartenenza alle etnie più diverse.

Il momento più fulgido della carriera musicale di Glenn Miller, nato nello Iowa nel 1904, viene a cadere proprio nel periodo più buio del secolo scorso. Era, Glenn Miller, un ufficiale addetto all’intrattenimento delle forze armate, non un combattente. Il tragico evento che ne causerà la sua scomparsa si verifica nelle prime ore di venerdì 15 dicembre 1944, quando il maggiore e il suo pilota sparirono senza lasciare traccia. Erano partiti da Bedford, poco a nord di Londra, su un monomotore biposto diretti a Parigi, già liberata a fine agosto, per un concerto di Natale ma non arrivarono mai: dispersi! Mai si seppe più nulla del maggiore Glenn Miller, dell’aereo e del suo pilota.  Dal gennaio 1937, data di formazione della sua prima Big Band, Glenn Miller aveva suonato musica da ballo che, in quegli anni, per molta gente era sinonimo di jazz per il suo contenuto gioioso e spensierato, swingante. Arruolato il 7 ottobre 1942 con il grado di maggiore, l’orchestra di militari da lui riunita girò gli Stati Uniti a promuovere reclutamento, a convincere persone per andare a combattere. La guerra, come avvenimento, ci ha privati della sua persona, non della sua arte, fortunatamente ancora viva fra noi: a suscitare pace. La pace fra le genti non deve essere il risultato di una guerra; non è necessario il conflitto bellico per giungere a vivere in pace. È un valore fondamentale per l’umanità intera la pace fra le genti: essa non deve essere un punto di arrivo ma di partenza e cambierebbe tutto, se così intesa. È un punto su cui riflettere nel determinare una scala di valori.

Ma torniamo al musicista, anche lui con un’idea vincente, forse il segreto del suo successo, che possiamo estremizzare in un solo titolo: Moonlight Serenade. I soli diritti di questo brano, se si ipotizzasse che Miller non avesse scritto altro o inciso dischi, gli avrebbero garantito sicurezza economica per tutta la vita. Glenn Miller, compositore e arrangiatore, è un buon trombonista con alle spalle una preparazione musicale di tutto rispetto, matura grande esperienza, ma ha anche intelligenza e modestia per comprendere di non avere il genio di un Duke Ellington o l’estro di un Count Basie. Egli però, ottimo orchestratore, ha una felicissima intuizione per generare un impasto sonoro unico, caratterizzante: quattro sassofoni in sezione, tirati da un clarinetto, non sempre in prima voce, però in evidenza sulla gravità del suono dei tromboni, in contrappunto.   Sembra solo una trovata ad effetto, ma pulizia e rigore d’esecuzione generano un impasto sonoro particolare che sfocia nella levità melodica che caratterizza il brano di sua composizione sopraccitato, così come in altri temi, da lui non composti ma soltanto arrangiati.  L’intero complesso orchestrale, preciso, affiatato e ben diretto, sa rendere perfetta quella che, a prima vista, sembra solamente semplicità.

Sta in questo l’assonanza delle due formazioni orchestrali, tanto diverse che si sono ascoltate. La prima composta da tanti giovani strumentisti, musicalmente ben preparati e ottimamente diretti. La seconda – Rat Big Band – composta di diciotto elementi, non professionisti, ma preparati, puntigliosi nel dar vita a un progetto specifico, animati da vibrante passione che li tiene uniti a Scharnstein, una piccola località, in fondo ad una vallata del salisburghese.

Due momenti pregnanti in uno stesso luogo, distanti nel tempo e capaci di generare rinnovati battiti e palpitanti emozioni – la musica è sempre emozione – hanno contribuito a rendere concreta la concatenazione delle due parole che oggi sono state scelte come tema.

Ludwig van Beethoven – Bonn, 1770 – Vienna, 1827   
Glenn Miller – Iowa, 1904 – La Manica, 1944

Gianfranco Nissola

Foto di hornistjj da Pixabay
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