Si era iniziato così nel mese di marzo, parlando di Thelonious Monk, pianista jazz. Parole che si ri-usano qui, a distanza di mesi – però in maniera diversa – senza articolo stavolta, quindi senza rischio di ripetersi. Si potrebbe avere l’impressione che faccia piacere giocare con le … parole e, forse, ce ne sarebbe ragione: solamente in parte però. Lo scopo è più profondo e più stimolante, invece: cioè tentare di riuscire, con questo meccanismo, a ri-valorizzare uno degli strumenti – ed è proprio la parola – che permettono di comunicare, di relazionarci. Specie di questi tempi, non la si tratta bene però: se ne abusa – per non dire niente in fondo – ci si mette di impegno, a volte, per andarne a ricercare gli aspetti più deteriori: a controbattere, deridere, insultare, ironizzare, e vanificare l’espressione altrui.  Non manchi poi l’accenno alla sostituzione che se ne fa – ma in modo non artistico – con l’utilizzo di simbolismi semplici, pur efficaci, ma a livello di immagine. Con ciò ci si rende conto di quanto si sta perdendo – o forse no? – oltre alla mancanza di rispetto all’enorme patrimonio che è stato costruito dall’ umanità intera nei secoli? Si può affermare senza tema di smentita: la parola non ha certo la forza della musica che, per essere compresa, non ha necessità di essere mediata con adattamenti gergali, linguistici. Se solo si pensasse a questa particolarità, equivoci e malintesi a parte, risulterebbe chiaro che la conseguenza sarebbe lo scarseggiare di lavoro per una miriade di interpreti e di traduttori; però i musicisti sono senz’altro di più, e sono per giunta più originali. Senza tenere in considerazione che questi ultimi riescono a creare anche più valore materiale, e questo si legga: costruzione di strumenti musicali, di impianti di fonìa, di strumenti e di ambientazioni per la registrazione e l’amplificazione, di dischi; ma anche di libri, scritti per argomentare, che in fondo utilizzano proprio la parola come mezzo espressivo.  Così, quasi senz’averne volontà, si è giunti – tanto per restare nel gioco di … parole – a quadrare il cerchio!  Ora, però, si faccia sul serio: di chi si vuol parlare in ambito musicale? Di George Wein, personaggio poliedrico.  

Ma chi è costui? È l’uomo – sconosciuto ai più –  che ha inventato il Newport Jazz Festival, nel 1953; forse la più importante e longeva manifestazione che ha per scopo la divulgazione della musica africano-americana – si potrebbe considerare riduttiva questa definizione – sulla base di un principio molto semplice: far suonare i jazzisti nel presente, per coniugare passato e futuro. Questa è l’essenza del Newport Jazz Festival, che si tiene all’aperto, nel mese di luglio o agosto, nella rinomata località marinara di Newport, Rhode Island. Fino a un paio di anni fa era ancora lui, benché ultranovantenne, a indirizzarlo, organizzarlo e dirigerlo. Se il Festival ha raggiunto, e se continua a mantenere, gli attuali livelli di qualità musicale specifica da una parte, e di popolarità e successo dall’altra, è merito suo e di qualche stretto collaboratore. A decretare e confermare l’affermazione di una musica che si incardina sull’improvvisazione, si scopre un uomo che sul pragmatismo e sulla pianificazione ha saputo fondare i principi di vita e di crescita della manifestazione; un uomo determinato da una volontà ferrea, con idee lungimiranti e aperte, consapevole della loro validità, ben al di sopra del senso di potere che ne potrebbe derivare. Si tratta di migliaia gli artisti che per merito proprio – è fuori di dubbio – sono transitati sui palchi del Festival di Newport; ma è stato lui che ha contribuito a rendere visibili – e udibili – le loro qualità musicali, fossero essi superstar del jazz, del rock, del blues, oppure solamente delle personalità emergenti nella variegata pluralità di genere e stili, che da quei palchi hanno avuto l’occasione di spiccare un ulteriore balzo in avanti. 

Detto per inciso, si ricordi che questo piccolo grande uomo di Boston fu co-fondatore insieme a Pete Seeger e Theodore Bikel anche del Festival Folk di Newport che ora, per suo volere, è stato riunito con il Jazz Festival sotto l’egida della stessa fondazione. E grazie a questo suo intervento George Wein è riuscito a garantire continuità di presentazione e organizzazione di entrambe le realtà musicali più autentiche e specifiche dell’arte sonora americana. Wein, figlio di poveri immigrati ebrei di origine tedesca studia pianoforte, è combattente nella seconda guerra mondiale: poi, reduce, si laurea e tiene corsi all’Università di Boston, suona e gestisce lo Storyville Club, in cui chiama ad esibirsi i più famosi jazzisti. È un pianista jazz – e quindi artista egli stesso – fino alla soglia dei trent’anni: per oltre sessanta ha garantito la vita di quella che può essere assimilata a una vivente creatura, composta di tanti individui che ben possono essere considerati altrettanti suoi figli in musica. Suona, capeggiando una All Stars, nel “suo” Festival in numerose edizioni, circondandosi di valentissimi stilisti mainstream: dal cornettista Ruby Braff, dal trombonista Vic Dickenson, dal sassofonista Bud Freeman, fino al clarinettista Pee Wee Russell, tanto per nominarne alcuni. Nel corso degli anni George, rimane fedele alla “sua” originaria linea di principio, procedendo sempre sulla via del rinnovamento; ha sempre fatto esibire solisti, big band, piccoli combo espandendo anche i confini territoriali. Tutto questo per giungere all’apice in occasione delle giornate del jazz di Berlino, nel 1971, in cui suonano anche piccoli gruppi europei. In questa situazione scaturisce una “sua” splendida idea: perché non riunire dei giganti in un’unica formazione, con una propria identità, unita a integrazione collaborativa, che fosse di loro piena soddisfazione e che andasse al di là di quel che semplicemente è lo stare insieme per suonare, come accade nelle jam sessions? Per andare oltre egli crea perciò i Giants of Jazz, che riuniscono in formazione: Dizzy Gillespie (tromba), Kai Winding (trombone), Sonny Stitt (sax contralto), Thelonious Monk (pianoforte), Al McKibbon (contrabbasso), Art Blakey (batteria), un sestetto di jazzisti che – se considerati singolarmente – nel decennio della seconda guerra mondiale hanno gettato le basi stilistiche del jazz moderno. Dal crogiolo in cui fonde la sua idea, George, utilizzando le sue doti di abilità nell’uso delle parole, sa convincere i musicisti a dar vita a una collaborazione di valore; riesce a cristallizzare il gioiello. Oltre essere un’autentica sorpresa, è un’auspicata integrazione che si realizza: i sei si divertono, si impegnano a caratterizzare la loro musica, che continueranno a suonare insieme per anni, diventando il clou di numerosi festival in Europa e negli States. Indubbiamente è stato anche merito di George Wein, il quale ha saputo creare tutto questo. La musica, quella che ora suonano era, a dir poco, rivoluzionaria negli anni Quaranta: loro hanno saputo trasformarla con maturità, ammantarla di equilibrio, elevandola allo status di classica, considerando l’aggettivo, nel pieno significato, superiore!   Questi successi di George Wein, e anche delle situazioni artistiche che ha fondato, trovano appunto riscontro nel fatto che egli ha saputo far conoscere, diffondere e storicizzare la musica africano-americana; tutti quanti gli appassionati di musica jazz – siano essi più o meno giovani – gli sono debitori di almeno una parte dell’aggiornamento e arricchimento della propria cultura musicale. Quanto ai riconoscimenti a livello globale se ne citi almeno uno: la Legion d’Onore, francese. Forse quello che gli da maggiore soddisfazione però è l’essere definito con queste parole, che non necessitano di traduzione, “the most important Jazz Impresario”.  E le parole contano…

George Wein – 3 Ottobre 1925 – Boston (Massachusetts).  

Gianfranco Nissola

Fonte: Pagina facebook dedicata a George Wein
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