Senza voler essere generici, nella comunicazione dei tempi moderni, attuali, si tende alla semplificazione, spesso all’essenzialità. In numerosi casi, per risparmiare tempo, ci si affida a una risposta figurata per qualificare un aspetto – si pensi agli emoticons – quindi l’immagine risulta sostituto della parola, anzi di un pensiero. La nostra bella lingua italiana è ricchissima di parole. Ciò nonostante ne incontriamo alcune che, molto spesso, cambiano di significato a seconda del contesto in cui sono utilizzate.  Il titolo, forse un tantino ambiguo, ha pertanto necessità di un chiarimento: dal momento che il termine – al singolare – può significare una o più specie specifica, anche in natura; il plurale può arrivare a significare l’esatto suo contrario, cioè la totalità.  In questa rubrica ci si occupa di musicisti, gente che fa musica: e questi sono di un genere. Il risultato artistico da loro raggiunto lo si può ricondurre – lo si dovrebbe anzi – al secondo termine, e dal momento che la musica è una, la si deve considerare una totalità (di generi). Si chiuda il preambolo: ci si è occupati di genere femminile, si rimanga nell’ambito con l’attenzione rivolta ad un paio di valentissime compositrici e conduttrici di orchestra. È un ruolo, quest’ultimo, piuttosto raro, rischioso, in cui l’affermazione incontra numerose difficoltà. Diffidenza!? Sì, è possibile. Ci sono però buoni motivi per vincere queste resistenze: somiglianza fisica, affinità artistica, personalità spiccata che emerge; oppure anche il dato anagrafico. Senza spingersi ad un confronto che vada troppo a fondo, su quest’ultimo mi va di soffermarmi e si vedranno di seguito i motivi.

Carla Bley, nata a Borg, che ha la mia stessa età – mi precede di un paio di settimane – essendo nata l’11 maggio 1936 ad Oakland, in California; ha solamente sedici anni quando si avventura alla scoperta della Grande Mela. Perché a New York in quel momento impera il free jazz di cui sente l’importanza e il richiamo. Lei, pianista, organista vuol mettere a frutto il proprio talento e frequenta – giovanissima – quel composito ambiente ricco di energie e di aspirazioni; vi si immerge totalmente, conosce il pianista Paul Bley, maggiore di quattro anni, e lo sposa nel 1957; una famiglia di due pianisti, che non si danno ombra l’un l’altra, dal momento che Carla si dedica prevalentemente alla composizione. È un autentico vulcano di idee e, già nel 1960, numerosi jazzisti – Art Farmer, Jimmy Giuffrè, George Russell – eseguono sue composizioni.  La figura di Carla spicca nel movimento free in quel periodo: ha collaborazioni, con la Liberation Music Orchestra del contrabbassista Charlie Haden come strumentista, e con altri musicisti di spiccata personalità come il sassofonista Steve Lacy, il trombettista Don Cherry, il trombonista Ruswell Rudd. Non si fa mancare l’ambiente rock con il batterista dei Pink Floyd, Nick Mason, con Robert Wyatt, polistrumentista co-fondatore dei Soft Machine e con Jack Bruce, bassista, cantante dei Cream con Eric Clapton; è questo un segno di eclettismo musicale, a sostegno che la musica è una. Intanto – nel 1964 – ha termine il suo matrimonio con Paul Bley, ma mantiene, per sentenza, il cognome di lui e pochi mesi dopo Carla inizia, sia nella musica che nella vita, la lunga condivisione con Michael Mantler, trombettista austriaco, con il quale ha la figlia Karen; il loro matrimonio durerà dal 1967 al 1992. Già nel 1965 la loro formazione orchestrale – Jazz Composer’s Orchestra – registra il loro primo disco, Communications. In formazione ridotta, il Jazz Realities Quintet, in cui spicca Steve Lacy, fa la sua apparizione europea.  Sono esperienze di diversa cultura che incidono sulla sua crescita artistica: entra così in campo la poesia di tipo surrealista, in particolare dello scrittore John Haines, dai cui versi Carla trae ispirazione.

Poetica e musica si concretizzano così nel concept album Escalator over the Hill, pubblicato nel 1971, che rimane un’opera esemplare nell’espressività di arti diverse: che hanno però affinità. I nomi di alcuni protagonisti vanno dai già citati, Michael Mantler a Jack Bruce e comprendono Sheila Jordan, Jeanne Lee, Linda Ronstadt fino a Karen Mantler, in veste di cantante. Come si può vedere, a partire dalla conduzione, l’apporto femminile è piuttosto consistente. In quegli anni Carla Bley fonda la big band a suo nome – tutt’ora in attività – le esibizioni della quale si manifestano in tutto il mondo. Non può certo essere – e ben lo si comprende – una formazione stabile, ma ha il suo punto di forza nella partecipazione di tanti musicisti eccellenti, preparati e onorati di poterne far parte quando sono chiamati dalla conduttrice. Si può affermare senza timore di smentita che di questa peculiarità sia Gil Evans che Duke Ellington – però quello di fine carriera – si possono citare come antesignani. E quando la Carla Bley Big Band si esibisce nel nostro paese ci sono indubbiamente jazzisti italiani, una su tutte Helga Plankesteiner, al sax baritono. Se necessitasse ancora una conferma della sua squisita personalità artistica, in ambito familiare, da molti anni Carla è compagna di vita e di attività musicale di un raffinato e importante bassista elettrico Steve Swallow. Colei che parve essere una fragile ragazza partita dalla California alla conquista di New York dimostra  di essere, dopo sessant’anni di carriera, granitica colonna della musica jazz, incredibile per dolcezza e soavità che, nella decina di sue incisioni nel presente secolo, conferma una crescita continua, seppure in formazioni ridotte, rispetto alle oltre venti opere  registrate dalla sua big band dal 1966 al 2000; intervallate le più recenti da qualcuna realizzata in duo o in trio con il suo amato Steve. È questo il segno più tangibile di grandezza della sua musica.

Il secondo dato anagrafico è invece un compleanno, più leggero, dal momento che non arriva, come quantità, ai sessanta. Proprio nel giorno in cui scrivo – e forse è cosa voluta – si celebra il genetliaco di Maria Schneider, compositrice e musicista conduttrice della M.S. Jazz Orchestra, originaria del Minnesota, lo Stato delle miniere.  Si può, similmente, considerare lei stessa una miniera di sonorità. Come identità non è da confondersi – il dato temporale ne è la conferma – con l’omonima protagonista, con Marlon Brando, nel celeberrimo Ultimo Tango a Parigi, film di Bernardo Bertolucci; un’opera d’arte d’altro genere, tuttora viva e di travagliata notorietà. Fin dalla metà degli anni Ottanta Maria vanta collaborazioni con Gil Evans e Bob Brookmeyer, vale a dire due jazzisti che appartengono a buon diritto al Gotha della composizione musicale e – per meriti – della concertazione. La sua opera Concert in the Garden, nel 2005 le consente la vittoria di un primo Grammy Award come “Best Large Jazz Ensemble Album”; poi, nel 2007, si ripete con un altro Grammy con l’album Cerulean Skies, e stavolta la categoria è quella di “Best Instrumental Composition”.  La collaborazione in ambito rock con David Bowie – corre l’anno 2014 – si concretizza in veste di co-autrice nel brano Sue ((On in a Season Crime). Il suo terzo Grammy Award lo vince nello stesso anno con un ciclo di canzoni – Winter Morning Walks – che si ispirano alle poesie di Ted Kooser, che vince il Premio Pulitzer; l’assegnazione è nella categoria “Best Classical Contemporary Composition”, ed ha partecipazione attiva la soprano Dawn Upshaw.  Lei stessa chiese alla Schneider di comporre qualche cosa, direttamente per lei, dopo aver ascoltato Concert in the Garden. “Un’idea selvaggia” dice “che mi affascinò per il modo in cui Maria scriveva. La sua musica era piena di vera gioia imperturbabile; non aveva nulla di artificiale“. La Schneider era riluttante, dapprincipio, ad accettare l’idea di scrivere per una cantante classica e per orchestra: piuttosto, restia a comporre musica per dei testi.

Decise però che valeva la pena di rischiare e provare a fare cose nuove. Come sempre, ci vuole coraggio a cambiare, per rinnovarsi, e inserisce, per improvvisare, in formazione orchestrale – l’Australian Chamber Orchestra – tre musicisti facenti parte della sua orchestra fin dal lontano 1992: Frank Kimbrough, pianista, Scott Robinson, clarinettista e Jay Anderson, bassista. Sarà questione di intuito, sensibilità per vicende di vita affini, separatamente condivise; ragioni che permettono alla Schneider di approdare ad un risultato sconvolgente. Sia la Schneider che la Upshaw sono sopravvissute ad un cancro al seno; hanno avvertito una connessione personale con la poetica di Ted Kooser, che scrisse le poesie nel corso di solitarie passeggiate mattutine, in Nebraska, durante la fase di recupero per un intervento di cancro e successiva radioterapia. Circostanze di vita che li accomunano tutti e tre.  In un’intervista a Charles J. Gans, Associated Press, disse la Schneider: “Penso che ci sia qualche cosa quando si incontra la morte”, e dopo, quando Kooser approvò il suo sforzo, entusiasticamente, lei stessa dichiarò: “Ha detto che sentiva che io riuscivo a sperimentare la poesia con la musica, e ciò mi ha reso davvero felice; questo è molto meglio, per me, di qualsiasi Grammy Award”. Umiltà e talento artistico sono doti rare ma vanno, spesso, di pari passo.

Non capita molte volte nella vita di aver la fortuna di fare felici scoperte: da appassionati però avere in sorte di sensibilizzare certi accadimenti fa sentire vivi. Se succede – perché ancora si nutrono spinte a conoscere e interessi per pura soddisfazione personale – lo si consideri un bel modo per soddisfare delle curiosità che ti fanno sentire consapevole e, si spera, utile ai più giovani per “percorrere le antiche vie con occhi nuovi” dal momento che – lo diceva Marcel Proust – “questo è l’autentico viaggio di scoperta”. Una verità che induce alla riflessione che non è sufficiente dipendere da un cellulare, quantunque ci porti il mondo in palmo di mano.

Carla Bley (Borg) – Oakland (California) – 11 maggio 1936
Maria Schneider – Windom (Minnesota) – 27 novembre 1960.

Gianfranco Nissola

Foto tratta dal gruppo facebook ufficiale dedicato a Maria Schneider
Foto tratta dal gruppo facebook ufficiale dedicato a Maria Schneider

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