E se si ritornasse a giocare con le parole? In buona sostanza è quello che si fa quando si parla, quando si scrive. Riflettendo un attimo, quando si è giunti ad un punto, ci si interroga come continuare, in che direzione andare: riprendere un qualche cosa che si è già trattato oppure qualche cosa di assolutamente nuovo? Nell’ultimo nostro incontro le circostanze ci hanno portato fuori dal nostro ambito: non si è parlato di musica e di musicisti. Piuttosto è stato il calendario, i giorni scanditi, il tempo che ci ha fatto riflettere. Ma il tempo, se inteso come elemento regolatore, in musica è determinante, così come lo è nella vita di tutti noi: e ne perdiamo tantissimo dietro a cose futili, specialmente di questi … tempi. Non si divaghi più!   M, P, le iniziali delle due parole di oggi che possono dar luogo a tanti riferimenti: musica e … parole, o passione, o pianoforte … rimettendo le maiuscole: Michel Petrucciani. Oggi tocca a lui, dal momento che le parole di cui sopra nella sua vita, nella sua arte, ci stanno proprio tutte, e tanto; forse solamente di tempo da vivere ne ha avuto poco, ma lo ha impiegato bene. Nel suo ultimo anno di vita – il 1998 – ha tenuto la bellezza di duecentoventi concerti dal vivo – solista o in trio – un incredibile tour de force, se si considera la sua individualità, che si va a conoscere. Michel nasce da Antoine, chitarrista jazz – Tony è il suo nomignolo – a Orange, nel sud della Francia, che è stata sempre terra di conquista, o di rifugio, da parte di tanti musicisti d’oltre Atlantico, sia africano americani che sud americani. E qui possiamo già fare un primo accenno al titolo di oggi; i musicisti di tutto il mondo si spostano spesso più per meridiani che non per paralleli, quindi il tempo, e non la luce, governa i loro spostamenti. Tutto questo può avere influenza sulla musica cui danno vita: se ci si riflette penso che la risposta possa essere un sì. Ma si torni al piccolo Michel che fin da piccolo, in casa, è immerso nella musica, a cui si può dedicare completamente, non distratto dai giochi di ragazzi cui non ha la possibilità di partecipare a causa della malattia genetica di cui soffre: osteogenesi imperfetta o “sindrome delle ossa di cristallo”. In casa ascolta i dischi del padre, specialmente quelli di Duke Ellington, si ingegna a suonare la batteria, ma è innamorato del pianoforte, chiede di poterne avere uno. Le condizioni familiari sono modeste e gli viene regalato in pianoforte giocattolo. Furioso per non essere stato compreso, d’istinto da sfogo al suo carattere vulcanico. Rompe il giocattolo a martellate: lui vuole uno strumento vero, desidera imparare a suonarlo anche se, in piedi, non arriva che all’altezza della tastiera. Da adulto raggiunge l’altezza massima di 102 centimetri, mas le mani sono di grandezza normale, anche la testa – con un gran cervello – e il bacino, il sedere è consistente e lo ancòra al seggiolino, gli consente equilibrio quando deve spingersi alle estremità della tastiera. Arriva in casa il sospirato pianoforte – un verticale – e il piccolo Michel si butta nello studio, dapprima musica classica, tanta, ma lui il desidera suonare altro: la sua indole – nonostante tutto gioiosa –  lo spinge verso il jazz. Già a tredici anni si esibisce nel gruppo del padre Tony, a quindici ha occasione di suonare con il batterista Kenny Clarke, che, a Parigi, gli fa incidere il suo primo album; è l’inizio della professione. Però sarà un altro batterista, italiano questa volta, che quasi lo adotta come un figlio, lo introduce nell’ambiente parigino e lo porta in giro in braccio, come fosse un bambino: è Aldo Romano, che suona tanto in Francia, mentre in Italia non è per nulla conosciuto e apprezzato, pur essendo un grande musicista.  Non è ancora ventenne Michel quando il contraltista Lee Konitz lo vuole con sé per un lungo tour in Francia, è il momento della sua affermazione, del riconoscimento delle sue doti di pianista jazz.  

Ma sarà proprio Aldo Romano che vincerà strenuamente la battaglia con il padre Tony, che vuole impedire al figlio, che lui considera fragile e indifeso, di sbarcare negli Stati Uniti, dove avrebbe la possibilità di sfondare per meriti propri, non tanto per la sua sfortunata fisicità. Come spesso accade, il padre non conosce affatto suo figlio, considera il suo stato fisico una insormontabile limitazione alla sua affermazione artistica; non tiene conto del suo ottimismo nel considerare la musica la principale fonte di soddisfazione nella vita; l’aver visto suonare, in televisione, Duke Ellington fece sprigionare una scintilla, non lo influenzò stilisticamente. D’altro canto, a causa delle sue fattezze, il suo stile – meglio il suo timbro – non poteva che essere unico e irripetibile. La sua carriera statunitense decollò con il sassofonista Charles Lloyd che, dopo averlo ascoltato a Big Sur, riprese l’attività musicale da cui si era ritirato, temporaneamente, per dedicarsi alla meditazione. Lloyd ascoltò il giovane pianista in privato, sul pianoforte domestico nel suo “buen retiro”; ne fu talmente impressionato da volere che egli rimanesse presso di sé, riprese in mano il suo sax tenore, fondò un quartetto e suonarono per tre anni consecutivi. Questa collaborazione valse a Michel il Prix d’Excellence, integrato da numerosi altri premi tra cui il Django Reinhardt Award, e il titolo italiano di “Miglior musicista jazz europeo”.  Nel 1984 George Wein lo volle sul palco del Newport Jazz Festival, comprese che quel giovane era prigioniero del tempo, come se per lui scorresse il doppio più in fretta a causa della sua disgraziata fisicità: fu il suo produttore negli States, gli organizzò un numero incredibile di concerti, favorì l’espressione della sua esuberanza artistica, del suo suonare.   Nel 1997, a Bologna, si affiancò a Lucio Dalla in una memorabile esibizione alla presenza di Papa Giovanni Paolo II, nella circostanza del Congresso Eucaristico. Le immagini televisive lo immortalarono, in piedi, di fronte al Papa plaudente, a distanza di qualche metro dal seggio pontificio: inchinò il capo, fece dietrofront e, orgogliosamente, tornò al pianoforte reggendosi alle corte stampelle; Michel era persona di eccelsa e inesauribile carica umana. Cinque donne, che lui chiamava mogli – ma in realtà ne sposò solamente una da cui divorziò dopo tre mesi – costellarono e condivisero con atteggiamenti amorevoli, a volte troppo protettivi, la sua breve esistenza. Da esse ebbe anche due figli, di cui uno affetto della stessa sua sindrome, scoperta fin dalla gestazione; d’accordo con la sua compagna lo vollero far nascere, altrimenti sarebbe stato come rinnegare se stesso. Nel 1998, verso fine anno si trovava a New York, con ormai alle spalle gli oltre duecento concerti nell’arco di soli dodici mesi. L’aria invernale, malsana, della Grande Mela non gli giovava di certo: ma la sua esuberanza, la sua voglia di vivere in ambienti che solo una grande metropoli può offrire lo spinsero a rimanere; assolutamente non voleva rinunciare ai festeggiamenti di capodanno. Con uno stratagemma, riuscì a farsi portare a casa di amici, ma il freddo, l’aria inquinata gli furono fatali: contrasse la polmonite per cui divenne impellente il ricovero in ospedale, dove rapidamente si aggravò e morì il sei di gennaio. Traslato in Francia, a Parigi, venne sepolto al cimitero di Père Lachaise accanto alla tomba di Frederick Chopin; e gli fanno compagnia Maria Callas, Edith Piaf, Jim Morrison, Oscar Wilde, Honorè de Balzac e Vincenzo Bellini: un composito, per quanto funebre, gotha artistico. Come già si è detto, i musicisti si muovono intorno al mondo per meridiani, più che per paralleli; magari fanno ritorno e riposano nella loro terra d’origine. Il tempo, nel suo scorrere – lento o veloce che sia – li tiene uniti a perpetuo ricordo dell’arte che hanno saputo esprimere.

Michel PetruccianiOrange, 28 dicembre 1962 – New York, 6 gennaio 1999

Gianfranco Nissola

Photo by Dolo Iglesias on Unsplash
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