Pace e felicità. Due parole, un paio di obiettivi alla base di un immaginario monologo attribuibile a un grande jazzista nero.

«Essere Miles Davis. Sono Miles Davis! Ho quasi cinquant’anni: perché dovrei continuare a essere me stesso? A questo punto, ha senso continuare a vivere così? Avverto una buia voragine sotto di me; sto precipitando in un gorgo. Sento l’attrazione delle tenebre. Avete sentito la mia musica? Cambia continuamente! Lei mi domina e vuole il cambiamento. È lei, la mia musica nera. E io, soggiogato, continuerò a cambiarla affinché voi, mio pubblico, abbiate delle risposte. Che cosa sta succedendo? Sono confuso, svuotato di energie: forse sto soccombendo. Ho bisogno di respirare, riflettere. Mi devo fermare! Come in un flash, rivedo in un rewind rapidissimo la mia arte a ritroso, nei luoghi più significativi della mia esistenza: fin qui, ora. Osaka, New York, Parigi, poi Los Angeles, Chicago, infine East St. Louis e Alton (Illinois), dove sono nato nel 1926. È un ambiente di campagna, senza confini, il verde infinito dei campi di mais, e il grande fiume: il Mississipi. Giochi di ragazzi, con gli amici, sulle sue rive fangose; la scuola, quella riservata ai neri. A tredici anni inizio lo studio della musica, della tromba! Pochi anni e poi via, a New York, alla Juilliard School, ma solamente per alcune settimane. In realtà sono venuto per cercare “Bird” e “Dizzy” con i quali, seppur per pochi giorni, ho già suonato a St. Louis. Li ritrovo finalmente! A questo punto lascio la Juilliard, perché al loro fianco si aprirà il mio percorso nella musica, meglio di qualsiasi altra scuola. New York! Musicalmente quest’ultima è considerabile come un microcosmo di due mondi: Manhattan, HarlemUptown – quartiere dei neri, dove mi faccio le ossa e suono per me stesso, esprimo la mia arte per affermarmi e combatto duramente per primeggiare; poi un secondo mondo – Downtown – verso la Cinquantesima: la Strada, agognato traguardo.
Suonare qui, nei numerosi clubs, per riscuotere successo, e soldi. Suonare per loro, pubblico di bianchi, diverso da quello di Uptown: dettano legge, gestiscono, corrompono, pagano. Dura la vita del musicista: suonare la notte, passando da un locale all’altro tra la fatica e l’incertezza, con la trappola della droga sempre in perenne agguato, falsa e menzognera; ti illude di poter sopportare la fatica. A volte la paga consiste in qualche dose, fu così che iniziai; è una nuova e subdola schiavitù, bianca come la neve e il fiore del cotone, ma ben più dannosa. Ho poco più di vent’anni e ho al mio fianco Irene, la madre dei miei primi due figli.
L’ho amata, ma non la sposerò mai; anche lei mi ama e mi sostiene. Irene è un’ancora, un salvagente: sempre accanto a me, per salvarmi, e mi darà l’aiuto necessario per riemergere dal limbo in cui sono precipitato. Dalla droga ben più pesante – la devastante eroina – riesco a liberarmi da solo. Mi ha salvato l’orgoglio e un tremendo sforzo di volontà. Quante volte sono già morto e rinato? «Birth of the Cool», «Kind of Blue», «Bitches Brew», capolavori con cui ho già cambiato tre volte la musica. Oggi, qui a Osaka, a quasi cinquant’anni, sotto la luce accecante del sole, al crepuscolo e con gli occhi feriti dal riverbero, suonerò per voi «Maisha» – la vita – e al calare dell’oscurità suonerò «Pangea», con i continenti alla deriva, non ancora separati. Sarà un balzo all’indietro, fino all’origine del mondo – quando il rumore e gli schianti non erano ancora musica – procedendo con lei, la mia musica nera, fra le tenebre, alla ricerca della luce che libera. Ma adesso taci musica! In testa una voce mi sussurra: “Miles fermati! Cerca il silenzio a farti compagnia. Lascia i tuoi musicisti. Ricorda quelli che non ci sono più. Quelli ancora vivi, i tuoi fedeli compagni di viaggio, possono farcela anche senza di te. E tu? Ce l’avresti potuta fare senza di loro? Basta! Ancora un ultimo sforzo, termina questi due set. Torna a New York, torna a casa dove ti aspetta la tua solitudine. Sei il ‘Principe delle Tenebre’. Sei un galantuomo!”».
Miles Davis, un musicista che è pura genialità, e questo immaginario monologo potrebbe essere – e forse già lo è – l’incipit di un progetto realizzabile. È databile a quarantaquattro anni fa, quando il celebre trombettista lasciò la ribalta e la sua crisi esistenziale lo precipitò nel suo inferno per cinque lunghi anni. Fu un sofferto periodo di riflessione; si trasformò in rinascita all’inizio degli anni ottanta. Ritornò e ci seppe regalare ulteriori dieci anni di musica stupenda, che rimarrà per sempre. Gli fu possibile raggiungere la felicità? Forse. Certamente ora è in pace.

Miles Dewey Davis III
Alton (Illinois) 25/05/1926 Los Angeles (California) 28/09/1991.

Gianfranco Nissola

Foto di jokoPix da Pixabay
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