Tre parole – oggi – tre verbi all’infinito. Possono essere sintetizzate in altre tre, al singolare: vita, morte, ricordo. Non si parlerà di un musicista – il fil rouge è temporale, solamente – da sabato a domenica. Il giorno precedente Casale Monferrato festeggiava Beethoven con la Nona Sinfonia al Teatro Municipale: il successivo perdeva, a Roma, uno dei suoi figli più grandi. Si tratta di Giampaolo Pansa, giornalista e scrittore, e si scuserà il ricorso alla prima persona nel tratteggiare momenti di vita comune di un periodo appartenente al passato, vivo nel presente.

Partire: dal ricordo del primo incontro, all’incrocio di via Roma con via Trevigi, sotto i portici lunghi, un mattino di primavera del 1953: da studenti. Lui arrivava da via Corte d’appello, io invece arrivavo da Popolo, con due amici, di cui uno suo compagno di classe al Classico Balbo; l’altro invece era con me al Leardi, Istituto per Ragionieri. Scesi in piazza Mazzini, alla fermata del bus cittadino che collegava la città con le due delle sue frazioni più popolose. Ricordo bene quel giovane alto, i capelli neri ondulati, lo sguardo franco e pungente, la rosea pelle del volto tormentata – chissà con quanto rischio e dolore le prime rasature di barba – elegante in giacca e cravatta. I libri di scuola, legati con un elastico, trattenuti con il braccio sinistro, ripiegato a squadra: sotto l’ascella sinistra, ripiegato in otto, un giornale – il quotidiano L’Unità – che, di per sé, poteva già dirti tutto del suo pensiero: eravamo così, piuttosto svegli, e non per l’ora. Stava conversando con una persona più grande: gesticolava con la mano destra e, al momento del nostro incontro, con la stessa mano sfilò quel giornale, lo brandì esclamando: “Sta scritto qui”, dando forza e concretezza al suo discorso. Quei fugaci incontri, tre, anche quattro volte, la settimana erano di pochi minuti: densi di battute, esclamazioni, frasi serie che, fra giovani, ci si scambiava; spesso ricordate durante la giornata, o in seguito, si rifletteva in proprio, si usava la propria testa per formarsi un pensiero, un carattere, una cultura. Poi via: lui verso i Licei, in piazza Castello; verso l’Istituto Leardi – dalle parti dove lui abitava – da parte mia. Una frequentazione, non un’amicizia, durata un paio d’anni in periodo scolastico. Ci saranno poi altri incontri, scambi di idee e discussioni più lunghe, quando in anni seguenti ci si incontrò in treno fra Casale e Vigevano, già laureato in Scienze Politiche a Torino – tesi sul periodo della Resistenza fra Genova e il Po – lui, ancora studente universitario a Milano io. Viaggiava su quel treno, lavorava alla Feltrinelli: alla stazione di Vigevano si sbracciava dal finestrino, per farsi raggiungere da una sottile ragazza bruna, elegante, alta come lui: e lì finivano i nostri colloqui. Altre volte lo incontrai poi a Casale quando, immancabilmente, veniva a presentare i suoi libri; uno dopo l’altro, finché non lo invitarono più perché – scrivendo Il sangue dei vinti – gli piovve addosso una critica pesante, ingiusta. Accusato di aver cambiato casacca per aver inquadrato, da buon giornalista, fatti e momenti da un’altra angolazione. Giampaolo non era uno storico, nel senso pieno della parola; semmai un cronista attento e puntiglioso, e un ottimo scrittore. Le parole che usava sono musica, come il suono delle macchine per scrivere che, ai tempi, lui sapeva usare molto bene: quel ticchettio ondeggiante che favoriva lo sgorgare delle idee, già ordinate, anche suscettibili di correzione, al prezzo di faticose riscritture; forse a lui, dotato di una prosa fluente, non doveva accadere poi tanto spesso.  Poi questa musica si perse, perché le stampanti di oggi emettono solamente un monotono fruscio; non persero smalto le sue idee che, a voce, prendevano forma, però con il contributo della scrittura altrui.

Magari le sovra coperte dei suoi libri, colorate di rosso, di bianco, di verde, di nero possono avere un senso per farci comprendere chi era questa grande persona. È verde quella di Quel fascista di Pansa: c’è lui ritratto in foto dal padre:la dice lunga. È vestito da figlio della lupa, vestito da fascista in erba, per obbligo scolastico, non certo nell’animo; non lo può e non lo potrà essere mai un bambino, poi uomo raziocinante, che ha visto con i propri occhi il doloroso prologo di un’immane tragedia: in quel mattino del gennaio 1945 in cui Giampaolo, dalla finestra di casa sua, vide sfilare a piedi nudi nella neve, le mani legate con filo di ferro, i tredici partigiani della banda Tom che andavano a morire, trucidati dal vile piombo fascista; disprezzati anche da morti non consentendo ai parenti, per alcuni giorni, di raccoglierne pietosamente i resti che giacevano nella neve insanguinata. Il sangue sparso, di vincitori e di vinti, ha lo stesso colore: quello della follia umana. Ed è identico il colore in cui si raggruma nel martirio, al di là, e al di sopra, del colore della fazione politica di appartenenza. Questo voleva dire Giampaolo – che non era un fascista – solamente persona di grande pietà; eppure ancora oggi tanti che scrivono di lui dimostrano di non aver compreso le sue parole, che sono tante, e pesantissime per le nostre coscienze, che ha imparato a mettere in fila su una Underwood, indirizzato per qualche lezione da un personaggio bonario – don Celoria – che lo seguì, per poco, nelle prime battiture.  Ho conosciuto anch’io quel sacerdote – non spretato – solamente senza incarichi parrocchiali e non sospeso a divinis. Traeva da vivere insegnando – in privato – la dattilografia: era persona di grande spessore umano, semplice, ironico: non ti diceva che stavi commettendo un errore di battitura. Ti alitava in faccia“hai fatto un cacetto”; e il suo alito infatti profumava di cacio e di aglio; si diceva fosse comunista, perciò non sarebbe piaciuto al mio coetaneo Berlusconi: che non piacque neanche a Gianpaolo, tanto da lasciare Panorama, su cui scriveva. Le nostre vite e strade seguirono altre direzioni: lui Milano, Torino, Roma e infine San Casciano, per cui rari furono gli incontri, rimanendo io sempre nella nostra amata Casale.  I pensieri di Giampaolo mi giungevano attraverso i suoi tanti libri – non li ho tutti – che spesso vado anche a rileggere, essendo sempre fonte fresca a cui abbeverarsi, ora che la sua voce si è spenta. Non si spegne la polemica su di lui, sulla sua figura – nobilissima – di giornalista e scrittore, che di certo non può definirsi storico, semmai acuto indagatore e osservatore di un certo periodo storico. La sua voce, grave, stentorea in certi passaggi, lasciava il segno: non poteva essere ignorata, non può cadere nell’oblio. La città di Casale, che con la presenza del sindaco Riboldi con gonfalone, ha voluto essere presente alle esequie, ha reso onore ad un figlio, un tempo nostro concittadino. Mi solletica un’idea per far sì che in loco rimanga ricordato: si dedichi e si intitoli a Giampaolo Pansa uno slargo, ove sorgeva – in via Trevigi – il Cinema Nuovo, dove a volte ci si incontrava per assistere alla proiezione di grandi film del passato: Rock around the clock, oppure Luci della ribalta, di Chaplin. Ora vi si trova una grande libreria, quindi un luogo in carattere con il personaggio. Passandoci per qualche anno ancora, mi farebbe piacere leggere il suo nome: Giampaolo Pansa 1935-2020. Un uomo che diceva: ” In vita mia ho fatto tante cazzate, ma sempre da solo: avrò perciò commesso anche molti errori, ma non sono stato al servizio di nessuno”. Giampaolo era solo al servizio della sua cristallina coscienza. Mi piace ricordarlo così: una fiammella ardente e viva in un cantuccio del mio cuore, insieme alle persone che ho amato di più.     

Giampaolo Pansa – Casale Monferrato, 1 ottobre 1935 – Roma, 12 gennaio 2020         

Gianfranco Nissola

Fonte: Wikipedia
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