Anche se si volessero considerare due parole generiche, per chi ormai segue regolarmente la rubrica, ben si comprende che ricondurranno alla musica e ai musicisti. Infatti non vi è alcun dubbio che per ottenere dei suoni, nobilitati attraverso la musica, occorrono degli strumenti idonei – naturali come la voce – oppure costruiti dall’uomo con i materiali più eterogenei. Fin dai tempi più remoti gli esseri umani si sono cimentati per inventare e costruire oggetti per fare musica. Questi possono essere percossi, si possono sfregare per ottenere vibrazioni, ci si può soffiare dentro: ma il punto fondamentale è che l’impasto sonoro che essi generano sarà combinato, ordinato, ritmato per definire un aspetto armonioso, e gradito all’orecchio, che si possa tradurre in una piacevole sensazione di benessere e di soavità: in una parola, Musica.  Di essa – degli strumenti – non è qui sede per farne la storia, ma un nesso ci vuole per unire dei momenti passati, presenti e futuri, per contestualizzare e comprendere che, sapendone di può, si riesce a godere di illimitati benefici nell’apprezzamento di un tesoro, immenso e mutevole, quale è questa nobilissima arte. Ma si chiuda qui il necessario preambolo, che pur spiegherà il legame con il musicista che di seguito si presenterà: un giovane jazzista Mattia Cigalini – da Agazzano, Piacenza – intraprendente e coerente a una visione poetica della vita, ben sostenuta però da azioni e fatti concreti, che la rendono briosa perché non legata alla sola materialità di un tornaconto economico. Il musicista, come artista, sa avvertire la necessità di vivere così la propria arte: una cifra che deriva direttamente dalla sua sensibilità di individuo, di persona responsabile. Si tratterà quindi di conoscere, o almeno si proverà a farlo, considerandone un triplice aspetto, dal momento che in tal modo si concretizza la sua figura di uomo.

Il musicista artista e docente in primis, come attività e importanza del suo vissuto personale. Lo conobbi una decina di anni fa durante una serata a San Salvatore – ove vi si celebrava un musicista locale, Carlo Benzi, alto-saxofonista, che negli anni trenta suonava sulle navi, faceva la spola fra Genova e New York sul Conte Grande e altri transatlantici dell’epoca. A fine concerto Mattia se ne stava appartato, con la sua custodia di sax, sotto un profumato pergolato. Rimasi colpito dal suo modo di fare musica: suonava un jazz innovativo, fresco e spontaneo, in linea con il suo sguardo luminoso. Spontaneamente gli rivolsi calde parole di apprezzamento, che gradì comprendendole sincere; poco più che un ragazzo, mi dimostrò poi, anni dopo, che l’attenzione che a lui dedicai, lasciando da parte gli altri musicisti componenti il quartetto, più maturi e conosciuti, aveva un senso profondo: sì, avevo colpito il centro.  Non fu una vera e propria intervista: più che altro uno scambio di considerazioni, di idee generali su un argomento – la musica jazz – che costituiva oggetto di comune passione, ma a diverso livello; lui musicista, io ascoltatore. e ben si comprende il connubio; l’artista suona per essere anche ascoltato. Ebbi la possibilità di re-incontrarlo poi, e intervistarlo, nel novembre 2011 a Valenza, ove venne a suonare mentre ero impegnato nell’organizzazione di un convegno, con evento musicale, in ricordo di Miles Davis a vent’anni dalla scomparsa. Quasi scontata la mia prima richiesta: raccontami il primo ricordo che hai della musica? Risponde: Sì, certo, si tratta di un ricordo piuttosto strano. Ho 4-5 anni circa, mi trovo in casa mia ad Agazzano; è mattina presto e vengo svegliato da un frastuono, come un enorme baccano. Alzatomi in fretta e furia dal letto, cammino fino alla finestra, frastornato. La mamma esclama “guarda Mattia, hai visto? C’è la banda!” Ed io, “incollato” ai vetri per lo stupore, guardo giù in strada: mai avevo visto una cosa simile.

Uno schieramento di musicanti, in divisa e strumenti scintillanti, che marciva compatto come un plotone, bombardando il paese di suoni. Ricordo bene: c’era mio papà in prima fila con il suo clarinetto; era domenica, l’unico giorno della settimana libero dal lavoro. Due, tre anni più tardi il medico di famiglia mi visitò e disse che soffrivo di una forte asma respiratoria: suonare uno strumento a fiato avrebbe aiutato il mio fisico a superare la malattia meglio di tante cure. A sette anni entrai nella banda suonando dapprima il tamburo, serve per imparare a marciare a tempo, correttamente; poi passai allo strumento che in quella mattina, dalla finestra di casa, vidi “luccicare” più di ogni altro: il saxofono. Nella prima lezione, in banda, il Maestro si limitò a istruirmi su come montare lo strumento, posizionare l’ancia sul bocchino. Mi presentai alla seconda lezione di sax e suonai la scala maggiore in tutta la sua estensione: il Maestro rimase di stucco e andò a parlare con i miei genitori: li convinse a farmi frequentare il Conservatorio. Frequentai la scuola media a Piacenza e studiai musica classica fino a conseguire il Diploma. Il jazz mi capitò “fra le mani” in questo frangente per puro caso, e mi cambiò la vita. Penso che sia stato il jazz a scegliermi, così come la musica mi “scelse” attraverso la malattia. Io? Faccio solamente del mio meglio per servire questa grande arte. L’immensità delle sonorità che la musica jazz mi mette in grado di esprimere, il senso ineguagliabile di libertà con cui lo posso fare, sono alcune delle caratteristiche puramente “estetiche” che mi portarono ad escludere, dalla mia vita ogni altra alternativa alla musica jazz. Il significato della parola che definisce questa musica non può risentire del tempo; il jazz è una filosofia, l’evoluzione della musica potrà arricchire il suo significato di nuove accezioni sonore ed il mio intento è di essere, nei confronti di queste novità, aperto al massimo. L’unico concetto imprescindibile che risulta indispensabile associare al jazz è l’estemporaneità, e ne è unico ingrediente necessario una delle sue caratteristiche fondamentali: l’improvvisazione. E Mattia, a questo punto, disse fra l’altro: “il jazz è un’idea, una filosofia, niente di più e niente di meno”. L’idea del jazz ci rende unici e insostituibili e, come tutte le idee, varia a seconda del contesto umano nel quale essa si sviluppa. In realtà, si preferisce parlare di “musica”e nella musica ognuno di noi – sia che la suoni oppure ne scriva – emerge per quello che è. Sono queste le idee di fondo che da docente rende partecipi i suoi allievi al Conservatorio di Musica “Giuseppe Nicolini” di Piacenza, dove si è diplomato in saxofono classico e ora insegna saxofono jazz; mentre come artista ha già avuto numerosissime possibilità di collaborazione con grandi esponenti del jazz mondiale e italiano – Uri Caine, Randy Breker, Tom Harrell, Paolo Fresu, Stefano Bollani per citarne alcuni – ed ha già all’attivo  sette registrazioni da leader.

L’imprenditore per strumenti musicali. La sua personalità musicale si estrinseca, dal 2017, in altro ambito: in società con alcuni giovani ingegneri fonda la Cigalini Music Srl, che produce clarinetti trombe, saxofoni, flauti e relativi bocchini di alta definizione innovativa – per chi, come noi, ama l’arte della musica – come si legge sul sito web. Si può considerare questa sua attività come un senso di profondo legame con tutto quello che ha ricevuto dalla musica, a cui si sente di dover ripagare un grande debito di riconoscenza. Nella logica della vita, in cui si ha da raccontare tante storie ed il futuro ci dà la possibilità di farlo, dipenderanno tutte dai nostri modi di vivere, diversi, dalle nostre passioni, dalle nostre gioie, ansie, delusioni, dubbi che si affacciano alla nostra mente Sono pensieri e parole che mi sento di poter condividere con lui. Capacità e tecnica, musicale o imprenditoriale, fanno grande un individuo-artista se quello che egli sa fare al meglio arriva direttamente al pubblico, a prescindere dall’espressione.

Il sindaco. Il 5 giugno 2016 la sua piccola Agazzano (PC) – poco più di duemila abitanti – con 431 voti su 1030 elettori – pari al 41,5 per cento – gli fa, eleggendolo sindaco, un magnifico regalo di compleanno. Gli hanno accordato la fiducia su due semplici, ma fondamentali, sue affermazioni. ” Credo che le più giovani generazioni, in questo frangente storico, abbiano doveri nell’assumersi responsabilità e impegni senza farsi scoraggiare da esempi spesso negativi della politica” e poi “Sarebbe desiderio mio, della gente che il bilancio comunale fosse comprensibile. A chi si preoccupa della mia inesperienza dico di guardarsi attorno per vedere che cosa sono in grado di combinare gli amministratori più esperti”. Senza pretendere di giudicare questi suoi tre anni di operato, basti dire che il suo impegno si è concretizzato nell’ottenere finanziamenti regionali per un milione e un quarto di Euro destinati al recupero conservativo sia dell’edifico comunale che della necessaria sicurezza antisismica della scuola comunale, poli di riferimento pubblico di una sana comunità. E, coerente con principi e impegni, non si sottrae al compito di istruire musicalmente le nuove generazioni, siano esse sui banchi del Conservatorio “Nicolini” o nella sede della Banda musicale agazzanese che lo annoverò, giovanissimo, nelle sue file.  Ciò in coerenza con i suoi principi e i suoi valori.

Ne ha già fatta di strada questo giovane di trent’anni che da almeno diciotto calca le scene per esprimere la propria personalità attraverso la musica. Non ha più accanto a sé la mamma – “mi chiamò alla finestra quel mattino di domenica a vedere la Banda” – ma è stimolato, confortato dalla presenza di due altrettanto amorevoli figure femminili: Ilaria e la piccola Satie, che il loro amore ha generato.  Qui, oggi, si è parlato di lui, per farlo conoscere in quanto individuo meritevole di attenzione e di riflessione sul suo comportamento di persona non eccezionale ma di “grande uomo comune”; un punto, questo, su cui tutti noi si dovrebbe riflettere. Me lo disse, una notte, Uri Caine, conversando schiettamente, appoggiati alla balaustra del lungo lago, a Stresa: “al di sopra di essere un artista sento di essere un individuo, prima di tutto”.  Pur non essendo artisti perché non fare nostra questa nobile affermazione? Vero: suona bene!

Mattia Cigalini – Ponte all’Olio (PC) – 9 giugno 1989.

Gianfranco Nissola

Foto di Christoph Schütz da Pixabay
Foto di Christoph Schütz da Pixabay

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