Home Letteratura Elementi comuni e nuovi fils rouges nella produzione letteraria di Nicolai Lilin

Elementi comuni e nuovi fils rouges nella produzione letteraria di Nicolai Lilin

Tra gli autori più discussi presenti nel panorama letterario internazionale, si può certamente annoverare Nicolaj Veržbickij, alias Nicolai Lilin, autore della celeberrima «Trilogia siberiana», pubblicata in 24 lingue diverse, distribuita in 26 paesi del mondo e da cui il regista e sceneggiatore italiano Gabriele Salvatores trasse l’omonima e nota riduzione cinematografica. Rispetto alla «Trilogia», di cui, in alcuni interventi, sembra essere messa in discussione l’autenticità autobiografica, preferisco focalizzare la personale attenzione, valorizzando un romanzo che la supera di gran lunga, sia a livello di trama, sia a livello di narrazione, ma che è passato in sordina rispetto alle vendite della precedente produzione. Si tratta de «Il serpente di Dio», opera che prosegue alcuni stilemi dei precedenti lavori di Lilin, apportando numerose migliorie che rendono quest’opera decisamente più leggibile, superando la necessità dello scrittore di insistere su una sorta di violenza perenne e incondizionata. Uno tra i primi elementi comuni alla «Trilogia» è il setting del Caucaso. Se in «Caduta libera» – il secondo dei tre libri –, il protagonista giunge nel Caucaso esclusivamente per portare la guerra, è evidente che in tale romanzo il setting assuma i tratti del protagonista assoluto. È infatti descritto con occhi che non sono più velati dall’odio, ma dall’ammirazione per la bellezza selvaggia della zona, quasi fosse una nuova Siberia, un luogo tanto incontaminato, soprattutto naturalisticamente, quanto tribolato dal punto di vista politico, legale e militare. La storia, infatti, coinvolge due bambini, Andrej e Ismail, il primo cristiano ortodosso, il secondo musulmano. Le due comunità, rappresentate da costoro, vivono in pace, poiché siglarono un patto di non-belligeranza e di preservazione della pace. La giornalista Miriam Naim, presente sul luogo per testimoniare la condizione femminile del Caucaso, capisce immediatamente che il villaggio dei due bambini, Dagin Yurt – per gli abitanti del luogo – o il «villaggio 326» – per i militari russi – pratica ancora l’antica tradizione dell’«aganash», cioè lo scambio di reliquie appartenenti a entrambe le professioni di fede, per difendere la pace tra i due credi religiosi. Tutto il romanzo si basa sulle due reliquie che i ragazzi devono necessariamente portare in salvo: si tratta di un Corano protetto nella chiesa ortodossa e dell’icona di San Michele, protetta in moschea. Miriam va oltre, suggerendo che questa pratica prevedeva anche lo scambio di figli: si credeva, infatti, che se si fossero scambiati i figli naturali, affidando loro a una famiglia di fede differente, nessuna delle due comunità avrebbe incentivato la guerra e lo scontro religioso, proprio per evitare guerre che avessero potuto uccidere i nuovi membri sociali. A proposito di violenze su bambini, Lilin prosegue il tema dello stupro nei confronti dei minori custoditi all’interno degli orfanotrofi dell’ex-impero sovietico. La realtà concentrazionaria dell’asilo statale non esclude la violenza sessuale, operata come forma di bullismo nei confronti dei più deboli – «Educazione Siberiana» – o come forma di commercio, da parte di adulti senza scrupolo. In entrambi i casi, si tratta di una violenza di tipo omosessuale, nei confronti di minori maschi. Forse per questo – e Lilin lo spiega attentamente, pur non condividendone la discriminazione – in Russia esiste un forte contrasto all’omofobia, presentata come una forma di malattia e di perversione sessuale. Tuttavia, se nei primi libri subiva una forte condanna con lievi possibilità di alibi, in questa determinata sede, l’omosessualità non è più condannata in quanto tale, al limite è denigrata quando ne diviene uno strumento di «mobbing» per concedere l’arrampicata sociale a sottoposti, proprio come avviene per il generale Rogov, capo in armi dell’agente segreto Konstantin. Proprio l’agente Konstantin porta avanti il filone della corruzione, area tematica e topos presente nei precedenti volumi. Si tratta di un affermato agente dei servizi segreti russi che, invece di combattere i terroristi, si allea con loro, imponendo un clima di terrore tra gli abitanti locali per favorire la produzione e lo smercio di droga insieme ad Hassan, capo di una banda di militari, che si professano ribelli jihadisti, ma che si limitano a essere dei trafficanti di eroina. Quanto precedentemente riportato è una svolta notevole rispetto alle precedenti storie: non viene solo messa in luce la profonda corruzione dell’establishment russo, ma anche come il nuovo Politbjuro russo usi gli agenti segreti come pedine, al fine di accumulare denaro. In questo senso, poco prima di morire per mano di un’agenzia di killer – lo «Zio» e il giovane killer di San Pietroburgo –, Konstantin si scaglia contro una figura politica, rappresentata senza alcuna pietà. Indugia sull’ennesimo stupro subito, sulle proprie manie da superuomo, lo presenta vicino alla foto del rubicondo Boris Eltsin e termina il lungo monologo con il nome Vladimir. Per questa ragione, Lilin distingue il terrorismo di matrice «illegalmente economica» da quello religioso, finanziato, secondo l’autore, dagli stati arabi per raggiungere i medesimi traffici, all’insaputa degli stessi combattenti. Hassan sostiene più volte il personale ateismo e, sovente, abiura Dio, in nome del quale molti suoi compagni sono stati antecedentemente assassinati, ma preferisce abbracciare solo una vita criminale, contraddistinta da violenza e da traffici illegali. Tuttavia, Lilin presenta anche le caratteristiche, le istanze e le finalità del terrorismo di matrice religiosa, che sogna di riportare il califfato presso il territorio del Caucaso, liberandolo definitivamente dall’egida russa. Inutile dire che è la brama di potere a muovere l’azione del romanzo e la realtà dei fatti rappresentati dall’autore, un desiderio spesso accompagnato dalla violenza, anche estrema, come quella attribuibile al capitano Novak delle truppe speciali, abituato a torture e sevizie di qualsiasi genere per ottenere informazioni dai malcapitati ma che, tuttavia, segue un codice d’onore. Il capitano delle truppe speciali si redime negli ultimi capitoli, poiché ormai incapace di perpetrare la sua scia di sangue, gli omicidi commessi. La squadra viene ingaggiata per proteggere i due bambini che stanno compiendo la magnifica operazione di salvataggio delle reliquie: i soldati moriranno interamente nello scontro a fuoco che si svilupperà tra le truppe di Hassan e quelle del califfato del Caucaso. Tuttavia, con sommi sforzi e non senza difficoltà, il capitano riesce a portare a termine la missione, accompagnando a valle i due piccoli eroi e la giornalista, dove un blindato dell’esercito russo attende loro. La fine rappresenta l’apice di questa narrazione: il maggiore russo che guida il blindato salva i tre monoteismi mondiali – Miriam è infatti di fede ebrea –, ma si rende conto che il capitano Novak è morto da almeno dieci ore. Andrej, allora, tira fuori l’icona di San Michele guerriero e Lilin dà a intendere che sia stato l’arcangelo a guidare il corpo del capitano, possedendolo da morto e riabilitatolo definitivamente. Suggestivo è il fatto che i tre fuggitivi siano disposti in ginocchio di fronte al blindato russo, in similitudine con l’attitudine della maggior parte dei fedeli dei tre più importanti monoteismi, inginocchiati davanti al potere e costretti a farsi la guerra, con l’unico intento di aumentare il potere dei pochi. Lilin termina il libro con una speranza che, credo, debba essere condivisa da tutti: la pace, dimostra come le fedi non siano il motore della guerra e della violenza, ma lo siano gli interessi economici, legali e illegali che siano. Le fedi non corrispondono alla morte, non la predicano, non la desiderano, ne è prova il rito dell’«aganash», ma sembra, ahimè altrettanto vero, che il «villaggio 326» sia «l’isola non trovata», un luogo edenico e utopico che non si riesce a scovare o che, comunque, è taciuto come modello positivo, perché la guerra, volenti o nolenti, produce più denaro che la pace. Magari su qualche carta topografica di un Caucaso così martoriato, Dagin Yurt esiste realmente, anche se credo, ragionevolmente, si tratti solo di un paese del cuore e di una speranza che si debba tradurre in realtà per l’umanità intera quanto prima.

Francesco Patrucco

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