Home Letteratura «Il nome della Rosa»: un valido appiglio per comprendere il presente

«Il nome della Rosa»: un valido appiglio per comprendere il presente

Torna sui piccoli schermi, arricchendo notevolmente il palinsesto Rai, «Il nome della rosa», mini-serie televisiva prodotta da Raificton, Palomar e Tele München, omaggiando cinematograficamente Umberto Eco, celebre autore italiano recentemente scomparso (5 gennaio 1932 – 19 febbraio 2016). L’accattivante e nuova mise en scène ripercorre le aree tematiche del romanzo, tra le quali è possibile annoverare la difficoltà interpretativa del mondo e del suo linguaggio e il ritorno alla violenza sociale e verbale, oltrepassante ogni dialettica positiva e costruttiva. All’atto della scrittura del capolavoro, avvenuta nel 1980, l’autore alessandrino prese in considerazione con vivo interesse gli studi del filosofo russo Michail Bachtin esposti entro una pietra miliare letteraria, l’opera «Estetica e Romanzo». Quest’ultimo dimostrò come gli scambi comunicazionali siano fortemente caratterizzati da oscurità e complessità, sottolineandone la sempre meno scontata decriptazione. Bachtin sostiene altresì che, al fine di superare il gap comunicativo, sia necessario possedere un bagaglio archetipico condiviso tra emittente e destinatario, utile a comprendere ed elaborare un messaggio. Per questo stesso motivo, la lingua dei giornali, della pubblicità e della comunicazione di massa si appropria di tournures, tra le quali è possibile annoverare le seguenti forme: «si crede», «si dice», «si reputa». Si tratta di un definitivo abbandono dell’uso della prima persona, la persona della responsabilità individuale. Si preferisce, quindi, utilizzare costrutti impersonali che risalgono a un repertorio condiviso, come se la parola avesse paura del suo soggetto o come se il soggetto avesse paura della sua parola. A livello comunicazionale e non ancora letterario, la stessa povertà espressiva si riscontra nel crescente impiego di linguaggi non verbali, gli emoji per esempio, e in un graduale abbandono dei segni grafici d’interpunzione: proprio quest’ultimi, infatti, assottigliano il valore originario affidato alla stessa comunicazione verbale scritta, tendendo a semplificazioni di immediata interpretazione, strumenti a cui l’emittente affida la speranza comunicativa che il ricevente comprenda la particolare sfumatura del contenuto specifico. L’idea di una condivisione archetipica si verifica soprattutto in letteratura e nei testi letterari. Vattimo, filosofo e professore universitario, nel suo libro «Pensiero debole» pone l’accento sul tema della biblioteca, donando consigli circa la scelta di echi letterari passati, che egli stesso denomina con il termine latino “pietates”. In questo modo, Vattimo sembra scongiurare la possibilità di scegliere pietates “forti”, messaggi pericolosi come quelli che risalgono al XX secolo – o, addirittura, ancor prima di questo intervallo storico – che generarono due conflitti bellici mondiali, ponendosi alla base di drastiche dinamiche. La svastica, il fascio littorio, la simbologia comunista e la pubblicistica basata sul modello propagandistico concernenti le maggiori dittature del Novecento diventano quindi archetipi a cui non bisogna rivolgere lo sguardo, nonostante continuino a esser ben radicati nel subconscio collettivo e comunicazionale.
Meglio guardare a un futuro “debole”, dove la debolezza non diventa sinonimo di lassismo di fronte ai problemi del presente, ma riassume su di sé un atteggiamento tollerante, costruttivo ed edificante. In questo senso, Vattimo consiglia di scoprire pietates che appartengano anche ad altri continenti e ad altre culture, sempre con l’intento positivo e propositivo di costruzione, di condivisione dunque, miscelando le tradizioni altrui a quella europocentrica per arricchirla in conoscenza e tolleranza. In letteratura poi, la tradizione gioca un ruolo determinante e significativo. Gian Biagio Conte, noto critico e latinista, crede che questa enorme risorsa letteraria possa essere descritta come una sorta di biblioteca.
Il ritornare a questa biblioteca permetterebbe allo scrittore di rifarsi a un filone letterario particolare, cercando soluzioni espressive che appartengano a un determinato genere, indirizzando il lettore a una lettura guidata o, quanto meno, fortemente indirizzata e influenzata. La natura dell’operazione può avere varie soluzioni: pubblicitaria, identitaria, di rivalità con il modello, evocatrice di sentimenti e di disposizioni psicologiche nel lettore che si approccia al testo. Conte fornisce un macro-modello e una lapalissiana dimostrazione: il poema epico. Consapevoli del fatto che Omero probabilmente sia un nom de plume e che l’«Iliade» e l’«Odissea» siano state scritte da due autori distinti, è evidente che tutti i poemi epici, comprendo in questo genere letterario anche l’opera virgiliana, comincino con la dedica alla Musa. Numerose sono le operazioni ricorrenti in tutte le strategie di riscrittura letterarie, che si rifanno a un modello, ottenendo risultati anche diametralmente opposti. Succede a Dante Alighieri con la riproposta del mito di Ulisse, a Ludovico Ariosto con l’amorevole messa in ridicolo del poema cavalleresco, a Ugo Foscolo con la ripresa del nostos algos di UlisseA Zacinto») o del carme «CI» di Gaio Valerio Catullomultas per gentes et multa per aequora vectus») nell’incipit del componimento «In morte del fratello Giovanni» o a Manzoni dell’episodio inerente la prematura scomparsa della piccola CeciliaPromessi sposi», capitolo XXXIV) che si ispira all’epigramma «XXXIV» della piccola Erotion di Marziale, morta di influenza (forse) a sei anni. Esisterebbero moltissimi altri casi letterari, anche più recenti: Gollum è l’ultimo della filiera di avari e di dominati dalla sete di denaro, cominciata con Plauto mediante la commedia «Aulularia» e portata avanti da Molière nell’«Avare». L’esistenza di un archetipo comune comunicazionale non significa però che l’emittente sappia trovare il messaggio giusto o che il lettore lo sappia interpretare correttamente. Di questo assioma è convinto Borges (24 agosto 1899 – Ginevra, 14 giugno 1986) e ne parla magistralmente nel racconto «La biblioteca di Babele», poi contenuto in «Finzioni». Facendo riferimento al famoso episodio biblico, gli uomini antichi avrebbero parlato lo stesso idioma linguistico, ma sarebbero stati successivamente puniti da Dio per aver tentato di costruire un’edificazione con l’intento di raggiungerlo. La punizione consisteva nello scompigliamento delle lingue dei costruttori, che cominciarono a non capirsi più, rinunciando alla realizzazione del progetto. Dio impose quindi l’incomunicabilità, l’incertezza del messaggio e dell’atto comunicativo, la discrepanza tra volontà dell’emittente di un messaggio e la reale comprensione dello stesso da parte del ricevente. Borges sostenne quindi che l’emittente alla ricerca della perfezione del messaggio possa anche perdersi nell’archetipo, che partecipi a una comunicazione sbagliata, che faccia confusione o che, annichilito, si chiuda in un silenzio di morte. In questo senso va letto e interpretato «Il Nome della rosa», un romanzo-non romanzo che fa delle problematiche comunicative il suo nucleo essenziale e che trasforma il silenzio della biblioteca in un’ambita condizione, ma anche nel movente degli omicidi, che ha sottolineato il primato immediato della violenza e l’accusa alla logica e al riso, inteso vattinianamente. Sono necessarie due indicazioni per comprendere la natura plurima e variegata del romanzo e le scelte compiute da Eco nella cornice contestuale della biblioteca, che peraltro lui stesso svela nelle «Postille» al libro. La scelta del genere giallo è di natura commerciale, Eco rivela esplicitamente come questo genere sia il più amato dai lettori. La scelta dei nomi dei protagonisti è emblematica: Guglielmo da Baskerville ha nel suo cognome il primo titolo della saga di Sherlock Holmes di Conan Doyle, «Il mastino di Baskerville», e il suo giovane e fido aiutante Adso da Melk, più volte apostrofato dal maestro con l’espressione «è elementare», che non può non ricordare il fido Dottor Watson.
Si tratta anche di un romanzo filosofico-gnoseologico-semiologico. Ancora l’onomastica torna in nostro soccorso: il vecchio monaco oltranzista e cieco, padrone dei segreti della biblioteca, si chiama Jorge da Burgos, camuffamento di Borges, mentre Guglielmo è il nome dell’esponente di maggior spicco della filosofia aristotelica e nominalista inglese Guglielmo da Ockham. Il nominalismo poi è presente nel distico finale del libro, acme dell’indagine filosofica «Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus» (traduzione letterale italiana: «sta la rosa del mattino nel nome, teniamo solo nomi nudi»). Scritto da Bernardo di Cluny, nella scelta del “nome” si legge la presenza della filosofia nominalista, ma anche l’impotenza dell’uomo di comunicare e di recepire messaggi, poiché l’uomo possiede solo nomi nudi. Infine, si tratta di un romanzo storico, ambientato su due piani temporali. Il primo è quello della bella giornata di fine novembre anno del Signore 1327 (l’indicazione di novembre ricalca il periodo in cui Snoopy ricevette il suo primo nome di Sniffy), dove si svolgono le vicende dell’intreccio. Esiste anche una seconda dimensione temporale, per quanto breve e quasi sempre marginalizzata, cioè quella in cui Eco narra di come sia entrato in possesso del romanzo scritto dal sedicente monaco Adso da Melk, escamotage utilizzato anche da Manzoni per poter accusare gli austriaci-spagnoli che vessarono la Lombardia dell’Italia pre-unitaria e del ‘600. Questo avant propos rappresenta una vera e propria dichiarazione poetica, che ricalca le motivazioni profonde già espresse da Conte per Virgilio: che Eco voglia gareggiare con Manzoni? Ma soprattutto che il romanzo di Eco sia diventato esso stesso una pietas, nel senso vattiniano del termine? I giorni confusi dell’italico panorama sono molti in quantità e molteplici per qualità: il razzismo, l’inconsapevolezza comunicativa, la difficile convivenza e l’inqualificabile gestione degli immigrati da parte dell’Italia e dei paesi membri dell’Unione Europea, i rapporti tesi tra le autorità che la compongono. Non si tratta di parlare del caso Diciotti, di TAV e di TAP, di ciò annoiano già sufficientemente i quotidiani approfondimenti politici, specie quelli televisivi, ma di come Eco, preveggente, realista o semplicemente fortunato, per i consueti ricorsi della storia, sia stato interprete e fine descrittore della situazione attuale. Se risaliamo all’Anno Domini 1327 la situazione è, per lo più, la stessa: un grande imperatore che si disinteressa delle vicende italiane, ma che porta la guerra in Italia per farsi riconoscere come imperatore. Chi rappresenta l’autorità che unisce l’Europa sotto un unico dominio, è sempre più assenteista e lontano, esattamente come vengono sentite le istituzioni europee in un mood assai diffuso tra la popolazione europea, sentimento di fondo che sembra quindi giustificare il crescere dei partiti sovranisti. Ludovico il Bavaro si concesse il lusso di seminare zizzania nella chiesa, cioè l’enorme e mal funzionante macchina amministrativa e di giustizia del rivale, Papa Giovanni, che risiedette in cattività in Francia, ad Avignone. Lo sfondo politico è assai simile a quello dei nostri giorni: una sempre maggiore sfiducia verso organismi sovrannazionali, sentiti quasi persecutori, forieri di sofferenze sociali e causa prima delle difficoltà economiche presenti in questi tempi. Ciò genera dunque una condizione di profonda confusione, in cui le persone si trovavano a scegliere, magari senza gli strumenti adatti, tra due potenze fortemente intransigenti: il Papa o l’Imperatore nel 1327, le idee di nazione e popolo o le idee di soprannazionalità e condivisione ai nostri giorni. Al di là di una pseudo somiglianza alla condizione politica tardo medievale, esiste anche una convergenza nella ridondanza di comunicatività e nella decriptazione di messaggi provenienti dalle istituzioni, sempre più in conflitto tra loro. In comunicazione è importante anche il silenzio, di questo silenzio oltranzista e fondamentalista si fa certamente portavoce Jorge da Burgos, che cerca di nascondere un testo non sopravvissuto al Medioevo, cioè il secondo volume della «Poetica» di Aristotele, completamente dedicato alla commedia. Il riso risulta essere la manifestazione più comune per ribadire la propria libertà personale, una possibilità di ridimensionare la tragedia personale e collettiva della vita, accostandosi all’esistenza con quella leggerezza necessaria per superare con dignità filosofica i trascorsi meno positivi, che appartengono alla vita terrena. La ragione per il radicato odio verso il riso scaturisce dalla fama dell’autore, accettato come il Filosofo dell’antichità, cioè Aristotele, perciò il timore di Jorge è basato esclusivamente sull’ipse dixit. Il vegliardo cieco teme le ripercussioni che questo testo possa avere sulla collettività, ripercussioni anarcoidi di cui non ha riscontro alcuno e di cui ignora eventuali risultati positivi e libertari. Pur nell’incertezza, Jorge preferisce uccidere e uccidersi, cancellando, con atteggiamento oltranzistico ed intransigente, il presunto libro del filosofo di Stagira. L’atteggiamento del vecchio monaco è, quindi, apocalittico: la paura dell’uomo è il mezzo con cui la legge si impone e la paura della morte diventa un potente strumento di controllo del governatore nei confronti dei suoi sudditi. Il carnevale, quel calderone anarchico con cui il povero annualmente cerca un temporaneo riscatto irridendo le istituzioni, vede nel riso uno strumento di dissacrazione e di creazione di ideali e di valori nuovi, liberi dalla paura e dall’apprensione, più aperti e più democratici. Eppure, anche da questo fondamento, credo inequivocabilmente positivo, può generarsi la violenza e la vendetta delle masse di poveri e di derelitti contro i pochi che detengono il potere. Così accadde nella diatriba della chiesa con Fra Dolcino: quest’ultimo predicò la povertà e incendiò gli animi dei suoi seguaci, che non smisero di amare la povertà, ma che la pretesero per tutti, compiendo rapine e atti di violenza contro i ricchi prelati del tempo. Il risultato finale di questi atteggiamenti fu il deflagrare della violenza, sia quella anarchica del frate, sia quella repressiva della Santa Inquisizione. È inutile ribadire come i tempi siano maturi per un atteggiamento simile: quando l’establishment politico non accoglie le necessità dei più poveri subirà dei rovesciamenti, così come quando se ne fa interprete, intercettando quei bisogni più viscerali di vendetta, di rivalsa e di ritorsione che le masse più deboli esprimono verso istituzioni sempre più assenteiste, qualunque esse siano. Così accade oggi nelle periferie, dove i deboli odiano i più deboli di loro e i più deboli compiono di conseguenza atti di violenza, generando una spirale insopportabile di ritorsioni, dove il disagio, l’abbandono e il dolore imperversano senza soluzione di continuità. Così accade anche nell’abbazia, un mondo tanto idealistico quanto irreale, un mondo che finisce in un rogo in cui ardono alcune vite umane, la cultura, la scienza, la conoscenza e il riso stesso – non quello che genera l’atto costruttivo e dissacra la violenza e il dolore, ma quello che produce aggressività e morte – diventano i veri protagonisti. A pagare i conti dei deboli sono sempre i deboli. Le periferie pagano dazio ai derelitti e a farlo sono gli ancora più derelitti, generando una faida che non sembra conoscere limiti e conclusione. Se la pruderie del riso, quello che dissacra, ma con rispetto e con intelligenza, impediva lo slancio e lo sviluppo di atti razzisti e di violenza nel nome della convivenza civile e dalla consapevolezza, lo stesso razzismo, che sotto l’italico cielo è sempre esistito, ora trova liceità di espressione, tanto sembri essere sdoganato e privo di ripercussioni, intercettando infatti angosce, dolori e timori delle masse inascoltate dalla politica tradizionale. Queste paure sono svincolate e valorizzate da un’altra politica, quella meno istituzionale e più popolare, quella di pericolosa aggressività, quella che indica nel diverso la causa prima delle sconfitte di un ceto sociale, un diverso che diventa il capro espiatorio necessario per esorcizzare i fallimenti, sia esso il migrante o l’Unione Europea. Con il razzismo poi si genera e si alimenta la rabbia dei discriminati: inutile ricordare gli eccessi del terrorismo di matrice religiosa in Europa, gli efferati omicidi che insanguinano il nostro paese, il traffico di stupefacenti e di vite umane degli immigrati e gestito anche dagli immigrati, i respingimenti a Ventimiglia, ma anche i brutali assassini di Pamela e di Desirée. In questo senso, la fiction sembra aver colto nel segno, quando propone una lunga coda umana di sfollati provenzali perseguitati dal re di Francia che, non appena giungono in Italia, vengono presi a sassate dalla popolazione. Tra quelli compare anche la giovane fanciulla che, secondo la storia proposta dal regista Battiato, subisce uno stupro, viene cacciata da casa dalle forze del re di Francia, comincerà a vendersi ai monaci per poter sopravvivere e conoscerà su se stessa tutta la furia della violenza, finendone vittima, proprio come i casi delle due giovani donne indicate precedentemente. Anche nell’abbazia la situazione appare esplosiva: un mondo, quello dell’abbazia, idealistico, di pacifica convivenza tra studiosi che provengono da tutto il mondo per cercare la conoscenza, di coesistenza sugli stessi scaffali della biblioteca di autori di svariate nazioni e lingue. Proprio in questo contesto così idilliaco, si nascondono le peggiori discriminazioni: sessuali nei confronti della diversità di Berengario e di Malachia, religiose nei confronti dell’ex dolciniano Remigio da Varagine e razziali nei confronti del monaco storpio Salvatore, anch’egli ex dolciniano e amico di Remigio, sessiste nei confronti della giovane ragazza finita sul rogo come strega, nonché discriminazioni xenofobe nei confronti dei monaci non italiani, soprattutto il bibliotecario e il vice-bibliotecario, entrambi di origini tedesche. Il prezzo di tutto questo odio, più o meno sommerso, viene pagato dai più deboli, come nella migliore delle tradizioni: a finire sul rogo sono il diversamente abile (Salvatore), il dissidente religioso camuffato da benedettino (Remigio da Varagine) e la fanciulla straniera. Ma la vittima eccellente è proprio la biblioteca, l’arca di scienza e di conoscenza che si disperde nella violenza. Nell’ultimo capitolo Adso è ormai molto vecchio ed è alle prese con la scrittura del finale della sua cronaca, in quel frangente il narratore racconta di essere ritornato in Italia, alla ricerca del convento, ormai ridotto a un cumulo di macerie e alla ricerca di tracce che attestassero la sua vicenda italiana. L’uomo Adso non trova che qualche brandello di carta, qualche stralcio, qualche immagine incompleta, insomma «larve di libri». I reperti sono quindi perforati e svuotati dall’interno, quasi come nella comunicazione iperabusata, quella dei social dipendenti, social che depauperano il messaggio del contatto umano e dell’ufficialità di alcune occasioni: così almeno accade alla politica italiana, più seguita su Twitter che l’ultimo giorno dell’anno. Tralasciando la perdita di tutti gli aspetti para-comunicativi (tono, voce, sguardo, pause e altri aspetti), che ci rendono umani e che si annullano nella comunicazione web, è evidente che l’uomo contemporaneo si trovi in difficoltà nel comprendere quali siano gli aspetti principali di questi messaggi, impedito nell’elaborazione del messaggio, annichilito dalla velocità e, talvolta, dalla ferocia delle comunicazioni che corrono sulla rete. Dati questi presupposti, si profila la definitiva sconfitta dell’uomo e di Dio di fronte al mostro comunicativo e di fronte all’imperscrutabilità della realtà, una realtà che sembra escludere ogni provvidenza divina e che giunge a negare l’esistenza di Dio. E il paradosso circa l’incomunicabilità è stato ampiamente personificato dal linguaggio babelico di Salvatore, il monaco discriminato come diversamente abile, minus habens, dolciniano e fornicatore. Mentre Adso guarda le immagini fantastiche del portale, così cariche di moniti infernali che sembrano sconvolgere la mente adolescente di questo giovane novizio, appare sulla scena proprio lui, Salvatore, che pronuncia un discorso astruso e incomprensibile, simile alla natura di tanti messaggi che caratterizzano i nostri giorni. Di fronte a certe comunicazioni e a certi messaggi criptati e difficili da interpretare, quali i bassorilievi del portale maggiore della chiesa benedettina e di fronte all’inconcepibilità del mondo, talvolta troppo veloce, forse Salvatore ha fornito la sola risposta possibile, rendendosi interprete della voce filosofica dell’autore, una voce del tutto intesa a cogliere la verità ultima dell’esistenza umana e di esprimerla con parole arcane e misteriose, racchiuse nella citazione: «La mortz est super nos! […] Et el resto valet un figo seco». «La morte è sopra noi […] e il resto vale un fico secco)».

Francesco Patrucco

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