Camus è una lettura che si affronta alla fine del percorso scolastico superiore: è una lettura difficile, complessa, che rasenta l’inconcepibilità, forse anche l’odio. In clima di maturità, ho ripreso in mano due testi sacri dell’autore francese quali «L’étranger» e «La peste», due monoliti della letteratura dell’assurdo e ho riprovato antiche e nuove avversioni per i protagonisti di questo autore. Sì, avversioni, perché ci si aspetterebbe che gli eroi dei romanzi di Camus si comportassero come tali, che si prendano le loro responsabilità. E invece no, sono persi in un’aura di incomprensibilità e di lontananza ascetica e talvolta masochistica – come la completa accettazione della sua condanna a morte da parte di Mersault –, sembrano esseri lontano dalla dimensione umana, non uomini vili quindi, ma completamente disinteressati alla vita. Ogni maledetta volta che leggo Camus, mi scontro contro il nichilismo della prima produzione, dove l’uomo sembra immerso in una luce abbagliante, forse straziante, di un mondo nelle ore del meriggio desertico del tutto indifferente alle vicende umane, un mondo che segue una logica illogica, un mondo fiero di una serie di leggi meccanicistiche, che non concedono il perdono a nessuno dei personaggi, non solo a quelli principali. Mi scontro anche con la ribellione senza enfasi della seconda fase, dove il lettore spera sino alla fine nel meritato afflato di positività, per poi ritrovarsi nella rigida oggettività della logica di partito. Si tratta quindi di una rivoluzione senza gloria e senza eroi, non come per la Rivoluzione francese, o per il Risorgimento italiano o per il processo di unificazione tedesco presentati con gli occhi dei romantici, il lettore è piuttosto catapultato all’alba della Rivoluzione russa, che sembra perdere quasi subito tutto il suo slancio ideale di fronte alla rigidità della dittatura comunista. Lungi dal prendere posizioni circa un’ideologia politica, è Camus stesso che ce lo suggerisce nel finale de«La peste», identificata con l’invasione nazista dell’Europa e con la repubblica pétainista. Il romanzo termina con la guarigione dall’epidemia, ma anche con una certa sospettosità circa una possibile recrudescenza della malattia, riferimento più o meno manifesto alla nuova dittatura comunista, di cui Camus aveva denunciato l’invasione dell’Ungheria. Come lettore, ciò che più mi sconvolge è il rapporto di Camus di fronte alla violenza e alla morte, un rapporto di nonchalance, senza speranza alcuna di redenzione di fronte a queste tragiche esperienze. Citando casi più precisi, il lettore rimane interdetto di fronte alla naturalità dell’indifferenza di Mersault nei confronti della scomparsa della madre, soprattutto quando fuma sigarette di fronte al suo feretro. Questa situazione non è altro che il punto di partenza di questa diffusa indifferenza, un altro momento topico di questo atteggiamento è certamente l’omicidio dell’uomo arabo sulla spiaggia. La lucentezza del coltello berbero spaventa il protagonista, ma è il caldo e la salinità del sudore sulle cornee che lo spinge a sparare e a infierire con altri quattro colpi sul cadavere dell’arabo. L’apice è raggiunto al momento del processo e del verdetto che lo condanna alla ghigliottina. Durante tutto il procedimento penale, il pensiero di Mersault è rivolto ai giornalisti e alla calura soffocante, due elementi che esacerbano la sua sincera indifferenza, un sentimento che spinge il procuratore a chiedere per lui l’esecuzione capitale, la giuria a validarla e il condannato ad accettarla. Nel mentre il lettore tifa vanamente per il protagonista, spera in una sua ribellione, in una presa di posizione, in un tentativo di salvezza: nulla, tutto tace. L’unica ribellione di Mersault si manifesta verso i più improbabili degli antagonisti: il cappellano del carcere che cerca di consolarlo con la religione e, di conseguenza, Dio, di cui viene negato ogni tipo di presenza fenomenica e metafisica. Si tratta di un’accettazione disfattista, di chi accetta la morte e ne attende l’arrivo senza opporsi, cercando di controllare i battiti cardiaci e di gestire la paura e l’ansia e si chiede se quello sia davvero il suo ultimo giorno. In questo senso Camus riesce davvero a trasmettere l’angoscia del condannato a morte, che cerca di razionalizzare una paura atavica attraverso un processo di negazione che pare un debole analgesico per accettare la sua condizione. La morte per condanna capitale non è sconosciuta alle pagine della letteratura francese, anche Stendhal in «Il rosso e il nero» presenta un Julien Sorel che accetta la morte, ma in una dimensione stoica, eroica, non alienata e spersonalizzata come quella di Camus. Il rapporto con la morte è presente anche ne «La peste», romanzo totem della fase della ribellione. Messa da parte la scontata coincidenza della morte con il fenomeno pestilenziale, il dottor Rieux cerca di combattere la diffusione del morbo attraverso una serie di tentativi e attraverso sieri antibiotici proposti dal collega Castel. In un panorama di morte e di devastazione, alcuni eventi stridono più degli altri, il più cruento è certamente la morte del figlio del giudice Othon. Ammalatosi gravemente, gli viene somministrato l’ennesimo nuovo siero per cercare di salvare la giovane vita, peraltro senza riuscirci. L’autore potrebbe decidere di descrivere en passant la morte dell’infante, decide, invece, di descrivere i due medici e il padre Paneloux al suo capezzale e non rinuncia a narrare gli spasmi e il dolore del piccolo, insistendo sul suo trapasso, sottolineandone gli aspetti più fastidiosi e dolorosi del distacco finale, resi ancor più orrendi considerata la giovane età della vittima. In questo frangente, il padre Paneloux insiste nella convinzione della peste come flagello divino, un flagello che non prevede il perdono finale dopo l’espiazione collettiva, tanto che chi più predicava questa visione – quindi Paneloux stesso – contrae la malattia e si lascerà morire. Anche in questo frangente, il grande assente sembra essere appunto Dio, incurante dello sfacelo umano, del dolore e della malattia, anche nei confronti di vittime innocenti. Anche in questo caso, credo di poter intravvedere alcuni rimandi alla Cecilia manzoniana, la bambina morta di peste, ma vestita di bianco, come se fosse pronta per la sua prima comunione. Ogni volta che leggo Camus perdo parte della tranquillità che pretendo di avere e che fingo di impormi e la mente corre alle corsie degli ospedali oncologici, alla «tanatologia», alla «tanatoterapia» e alla sofferenza. La notte sembra eterna, il sonno sembra svanire, il pensiero si fa scomodo, il celebre sassolino nelle scarpe che non dà né pace, né tregua. Poi girovago mentalmente per i bracci della morte delle molte prigioni del mondo, quelle stesse frequentate da Mersault o dal figlio del procuratore TarrouLa peste»), che ha rifiutato la carriera paterna a causa della freddezza con cui ha mandato a morte un condannato. Poi mi costringo a pensare all’angoscia straziante dell’attesa di un giorno indefinito, un giorno in cui, per volere della giustizia, giungeranno le mani dei secondini a togliere la vita a un essere umano, per quanto reietto, colpevole, orrendo. Mi costringo, mi commuovo e poi ritorno sereno, pensando alle piccole fortune scontate e quotidiane che contraddistinguono la vita degli umani, i quali hanno un dono impagabile: ignorano la data del loro finale, che quindi non può mai essere scontato. Ogni maledetta volta che leggo Camus, mi ribello a quegli atteggiamenti nichilisti e scettici dei suoi personaggi. Sì, ogni maledetta volta che leggo Camus, torno sereno e mi scopro ad apprezzarlo ogni giorno di più.

Francesco Patrucco